Renato Schifani, Totò Cardinale, Ignazio La Russa e, dall’altro ieri, Raffaele Lombardo. Età media: poco più di 77 anni. Storie, appartenenze e interessi differenti, ma una convinzione comune: alle prossime elezioni regionali il candidato alla presidenza sarà ancora lui, Schifani. Non occorrono primarie, competizioni o fastidiose alternative. Basta riconoscere all’uscente una sorta di diritto naturale alla riconferma, facendo apparire inevitabile ciò che è stato accuratamente preparato.

E’ questo – edulcorato nella forma e rafforzato nei contenuti – il messaggio che i quattro zii di Sicilia porteranno a Roma, dove, nei prossimi mesi, verranno sciolti i nodi su tutte le candidature, compresa quella per Palazzo d’Orleans. Lombardo si è adeguato per ultimo. Fino a luglio, dopo il disastro delle Amministrative, parlava del «punto più basso di questa ex coalizione» e «di una coalizione da rifare». Nel frattempo, però, il presidente aveva incassato l’investitura di La Russa e Forza Italia aveva provveduto a neutralizzare l’unica disponibilità alternativa emersa al proprio interno. Insistere col dissenso avrebbe lasciato il capo degli autonomisti solo, col cerino in mano e due assessori da difendere.

La svolta era cominciata a Ragalna, dove La Russa – padrone di casa all’Etna Forum – non si è limitato a riconoscere i risultati del governo regionale. Ha enunciato una regola che nella politica non esiste, ma che diventa utilissima quando occorre chiudere una partita: se un buon presidente uscente decide di ripresentarsi, viene ricandidato. Una specie di automatismo. Schifani è bravo, Schifani vuole restare, dunque Schifani resta. La coalizione potrà riunirsi, discutere e fingere di scegliere, ma il presidente del Senato ha già indicato la conclusione.

Perché La Russa, nella destra siciliana, non è un commentatore autorevole, ma il centro del sistema. Il commissario regionale Luca Sbardella è un suo uomo; larga parte degli equilibri di Fratelli d’Italia passa da lui; alla Regione, da Alessandro Aricò a Gaetano Galvagno, la filiera politica conduce a ‘Gnazio. Persino a Palermo, dove il primo partito della coalizione avrebbe abbastanza forza per rivendicare la candidatura a sindaco, La Russa preferisce congelare ogni alternativa a Lagalla.

Lo ha chiarito Sbardella reagendo con evidente irritazione all’attivismo di Carolina Varchi. “Palermo Capitale”, il cantiere aperto dall’ex vicesindaca per raccogliere idee e competenze, è stato liquidato come un’iniziativa personale. Il partito, ha ricordato il commissario, sostiene la ricandidatura di Lagalla; se il progetto fosse stato di Fratelli d’Italia, lo avrebbe coordinato lui. Poi la stilettata sul «movimentismo» di deputati e senatori destinati a confrontarsi con il possibile ritorno delle preferenze.

Varchi non ha formalizzato alcuna candidatura, ma si muove, organizza e parla direttamente alla città. Tanto basta perché il sistema la percepisca come un fastidio. È il paradosso che certifica la vittoria di La Russa sulla stessa Meloni. La presidente del Consiglio può avere con Varchi un rapporto personale e politico consolidato, averla valorizzata e favorito la sua ascesa. Ma quando la partita si sposta sul controllo della Sicilia, Varchi viene ricondotta al rango dell’iniziativa individuale, mentre gli uomini vicini al presidente del Senato presidiano ogni possibile successione.

Lo stesso metodo è stato applicato in Forza Italia a Giorgio Mulè. se il partito e la coalizione avessero ritenuto utile il suo impegno, non si sarebbe sottratto alla nomination. Aveva inoltre posto un problema difficilmente contestabile: candidato e programma devono essere scelti per tempo, perché non si può arrivare alla vigilia delle Regionali affidandosi soltanto alla rendita dell’uscente. Nessuno, però, ha raccolto quella disponibilità. È stata trattata come se non esistesse, fino a indurre lo stesso Mulè a precisare di non essere interessato a correre. E mentre il vicepresidente della Camera ribadiva che la decisione appartiene alla coalizione, attorno a Schifani crescevano investiture e benedizioni.

Totò Cardinale prepara il terreno da tempo. L’ex ministro delle Comunicazioni, oggi padrino politico dell’assessore regionale alle Attività produttive, Edy Tamajo, oltre a non valutare alcuna alternativa a Schifani (per lui parlano i conti in ordine), ha polemizzato apertamente con lo stesso Mulè. Quando il vicepresidente della Camera aveva criticato la classe dirigente del partito, Cardinale gli aveva contestato il diritto d’impartire lezioni. Mulè aveva replicato che l’ex ministro non gli risultava essere un «padre nobile» di Forza Italia. Sembrava una schermaglia personale; era l’anticipazione dello scontro fra chi chiedeva di riaprire la partita e chi lavorava per chiuderla.

Dietro Cardinale c’è la normalizzazione voluta da Antonio Tajani. E dietro Tajani c’è l’esito della battaglia nazionale combattuta dentro Forza Italia. Marina Berlusconi ha imposto la salvaguardia dell’unità del partito, confermando il segretario come punto di equilibrio. Se in Fratelli d’Italia La Russa ha vinto sulla Meloni, dentro Forza Italia Tajani continua a tenere le redini, nonostante i tentativi di disarcionarlo un po’ alla volta (ma il processo è lungo).

Il segretario azzurro non ha alcun interesse ad aprire un fronte siciliano contro Schifani, presidente del Consiglio nazionale di Forza Italia e titolare di una potente macchina regionale. Men che meno per sostenere Mulè, uno dei dirigenti che più apertamente hanno chiesto un cambio di passo. Il risultato è che la disponibilità del vicepresidente della Camera può essere ignorata, mentre quella di Schifani viene presentata come un diritto acquisito.

Lombardo ha letto perfettamente la sequenza. La Russa ha blindato il governatore dentro Fratelli d’Italia; Tajani e il commissario Nino Minardo tergiversano su Mulè; Cardinale continua a presidiare il fortino siciliano degli azzurri. Restare all’opposizione interna avrebbe significato combattere da solo contro un risultato già apparecchiato. Molto meglio convertirsi e rivendicare per primo ciò che gli altri stanno ancora fingendo di dover decidere. Così ha vinto il clan dei quattro zii.

Rimangono fuori quelli che provano a muoversi. Il messaggio? Ogni alternativa è legittima finché resta teorica; appena prende forma, diventa un atto d’insubordinazione.