Nel centrodestra siciliano qualcosa si muove. Non in superficie – dove il sostegno a Renato Schifani resta formalmente intatto – ma sotto traccia, dove una nuova generazione di dirigenti ha già iniziato a misurare spazi e tempi della prossima partita. L’ultimo segnale è arrivato da Roma, con l’incarico nazionale affidato (da Tajani) a Nino Minardo per i rapporti federativi e con le liste civiche. Non è una promozione ornamentale: significa influenza diretta su alleanze e candidature alla vigilia dei principali appuntamenti elettorali.
In Forza Italia la lettura è chiara. Nel solco del rinnovamento invocato dalla famiglia Berlusconi, anche in Sicilia si aprono spiragli nuovi. E il bis di Schifani non è più un automatismo. Il governatore e lo stesso Caruso, prodighi di complimenti per la funzione assunta dal deputato modicano, lo sanno. Minardo, del resto, si muove da mesi con metodo. Rientrato tra gli azzurri senza clamori, ha ricostruito una rete che attraversa autonomisti e centristi, mantenendo al contempo rapporti non conflittuali con la Lega di Salvini. Non ha formalizzato ambizioni, ma ha accumulato peso politico. Anche nella sua provincia, dove i sindaci di Ragusa e Modica (inizialmente “civici”) sono confluiti in FI. E tanto basta perché dentro la coalizione qualcuno inizi a considerarlo una variabile.
Attorno a questo primo movimento se ne intravedono altri. Giorgio Mulè, attuale vicepresidente della Camera dei Deputati, nonché referente del comitato del sì al referendum per la giustizia (altro incarico affidato direttamente da Tajani), continua a essere un riferimento per l’ala vicina all’europarlamentare Marco Falcone e al deputato nazionale Tommaso Calderone; mentre Fratelli d’Italia coltiva una carta che a Roma viene osservata con crescente attenzione: Carolina Varchi.
Deputata giovane, con un profilo solido (è stata vicesindaco e assessore al Bilancio al Comune di Palermo), molto apprezzata da Giorgia Meloni. In un partito appesantito da tensioni e imbarazzi- e soprattutto dalle inchieste per corruzione che coinvolgono Galvagno e l’assessore Amata- Varchi rappresenta per molti dirigenti nazionali l’unica figura capace di tenere insieme radicamento territoriale e spendibilità esterna. E’ una presenza che negli equilibri futuri pesa già. Il quadro che ne esce è quello di un centrodestra nervoso, competitivo, perfino disordinato, ma in movimento. Sotto la copertura dell’unità, messa a dura prova dai franchi tiratori e dalle vicende che interessano Sala d’Ercole, si stanno già aprendo più partite contemporaneamente. Ed è un segnale politico che non passa inosservato.
Molto più immobile appare, per contrasto, il campo opposto. Partito Democratico e Movimento 5 Stelle continuano a muoversi con passo incerto, spesso limitandosi al compito più semplice: la stroncatura. Non costruiscono un’alternativa riconoscibile, non anticipano le mosse degli avversari, non ricuciono il rapporto — ormai logoro — con quel mondo di sindacati, cooperazione e amministratori locali che un tempo ne costituiva l’ossatura.
La discesa in campo di La Vardera avrebbe potuto rappresentare almeno un elemento di discontinuità. La reazione del Pd, invece, è stata soprattutto difensiva. Il segretario Anthony Barbagallo ha invitato l’ex alleato a tornare al tavolo del centrosinistra se davvero intende dialogare, richiamando tutti alla responsabilità dell’unità. Parole corrette nella forma, meno incisive nella sostanza, perché arrivano mentre il campo progressista continua a rinviare ogni scelta. E non trova – alla base della melina c’è soprattutto questo elemento – un profilo capace di poter coniugare competenza politica, capacità amministrativa e una spruzzata di “questione morale” (che a quelle latitudini hanno perso un po’ di vista). Sullo sfondo rimane la figura dell’europarlamentare 5Stelle Giuseppe Antoci, già presidente del Parco dei Nebrodi (anche se con l’ultima protagonista dell’antimafia chiodata, Caterina Chinnici, non è andata benissimo).
Nel frattempo La Vardera e Cateno De Luca occupano spazio, alzano i toni, provano a dare l’impressione di una competizione già iniziata. Si può discutere quanto questa iperattività produca consenso reale, ma sul piano politico produce visibilità e pressione. E in una fase di vuoto strategico non è poco. Così la partita per Palazzo d’Orléans, che pure si giocherà tra molti mesi, sembra oggi muoversi quasi interamente dentro il perimetro del centrodestra: Schifani e i suoi possibili sfidanti interni, la vecchia guardia (da Lombardo in giù) e la gens nova che studia il momento giusto per uscire allo scoperto. A sinistra, per ora, più che una controffensiva si intravede una lunga attesa. E in politica, si sa, lo spazio che lasci vuoto qualcuno prima o poi se lo prende.


