In una recente intervista il direttore dell’Agenzia nazionale per la sicurezza delle infrastrutture ha ribadito la necessità, per la verità nota da gran tempo, ancorché disattesa, di puntare sulla prevenzione e manutenzione di strade e ferrovie. I costi dei disastri, come è evidente, sarebbero di molto inferiori se si tenesse costantemente sotto controllo il sistema delle infrastrutture. Con il meccanismo delle concessioni, per la gran parte delle autostrade sono i concessionari a provvedere sotto il controllo pubblico e con gli introiti del pedaggio. Ma in Sicilia questo istituto sembra detestato. La sinistra lo ha avversato ideologicamente e la destra di fatto perché pensa sia meglio che a gestire venga chiamata la politica.
E’ pur vero che non sempre il capitalismo italiano ha fatto bene. Ma sul pubblico esteso a tutto non si può nutrire grande fiducia. Esiste in Sicilia un consorzio regionale per la gestione delle poche autostrade siciliane. Non certo con risultati brillanti. Per non parlare dell’asse centrale, quella Palermo-Catania costruita con fondi regionali più di mezzo secolo orsono e sicuramente non ben gestita dall’Anas. E qui vige il divieto assoluto di parlare di pedaggi. Ricordo che l’unica nuova autostrada chiesta a suo tempo in concessione, la Ragusa-Catania, fu avversata anche da una ministra siracusana allora in carica e finì affossata, privilegiandosi il metodo della costruzione a carico dell’ente pubblico e senza pagamenti di sorta da parte degli utenti. Quindi senza il ricorso alla finanza di progetto e cioè all’anticipo di capitali privati. Intervento a lungo rinviato ed oggi in crisi al punto che gli operai non vengono pagati da mesi e l’opera è ferma.
Così ogni nuova infrastruttura viene negoziata tra le forze politiche regionali che sono poi quelle locali. Cioè elette nella dimensione provinciale alla quale rispondono. Smentendo purtroppo la teoria di Vittorio Emanuele Orlando che pensava la rappresentanza come designazione di capacità. Capacità, beninteso, non di fare assumere i propri elettori ma di curare i beni pubblici ed incrementarli per favorire lo sviluppo di imprese e commerci. E dunque l’occupazione sana, non assistita, non dipendente dai favori del pubblico.
La Sicilia è probabilmente la regione più simile al sistema sovietico pur essendo gestita da forze politiche che si dichiarano ispirate da sempre o di recente, al liberalismo. C’è una ragione sociale. L’antica ricerca di posti di lavoro affidata all’ente pubblico stato, regione o ente locale secondo il paradigma contenuto in una intercettazione di due posteggiatori palermitani. Il cui motto era: ”U Statu n’avi a campari”. La spinta sociale a favore di un’economia di mercato e di investimenti privati non è forte dal momento che i tempi di realizzazione, per quanto veloci (e qui non lo sono), non consentono un ritorno in termini di scambio elettorale. Un tempo si chiedevano cantonieri e non interventi di manutenzione ed ampliamento delle strade. Oggi la crisi della finanza ha posto un freno. E i giovani se ne vanno. Seguiti adesso anche dai nonni che raggiungono i nipoti.
Il consenso non si ottiene sulle opere, sulle indispensabili strade e ferrovie, dighe, dissalatori e termovalorizzatori. Sulla tempestiva realizzazione e manutenzione di infrastrutture innovative e sostenibili. Ma sulle piccole beneficenze e mance. Non prevale la capacità e il merito. Con gravi conseguenze sull’efficienza delle amministrazioni. Specialmente i comuni sono ormai alla canna del gas dal punto di vista finanziario. E mancano di personale qualificato, di ingegneri, tecnici e quanto serve per avviare azioni di recupero, tutela e promozione del territorio. Di cui si parla per promuovere sagre, del carciofo, della fragola, della ciliegia o della fava. E intanto le strade si sfasciano e alle infrastrutture ci si penserà al prossimo giro. O alla prossima frana. Con commosse visite istituzionali per dare solidarietà e conforto.


