Quasi a sorpresa il referendum ha messo in luce delle potenzialità, una voglia nuova di classe dirigente, di cui ci sarebbe un grande bisogno. Poi, come dice Paolo Mieli, le saracinesche sembrano essere di nuovo calate. Ed è riemersa l’eterna, grigia, sterile folla di soggetti in cerca d’autore.

Mediocri figurine che ballano stentatamente sulla scena. Durano lo spazio di un mattino o, quando durano, vanno sbiadendo in cerca di un senso che non posseggono. Ed invece, a guardar bene, qualcosa di nuovo si è visto anche in queste elezioni amministrative. Un barlume di classe dirigente è sembrato mostrarsi, quasi in sordina. Dovrà ancora maturare prima di venire a capo del suo mistero. Una classe dirigente che non è forse ancora in grado di dirigere ma che prova a farlo, sottraendosi al destino di mediocrità cui è condannata, con pochissime eccezioni l’attuale. Tristemente invecchiata specialmente qui in Sicilia.

Questa effettualmente possibile classe dirigente è da un lato, quella persistente dei leoni che ancora sanno ruggire e vincono. Come Mirello Crisafulli ed Enzo De Luca, che sanno per antico istinto come si sta in mezzo al popolo. Da comunisti in gioventù, ora che il comunismo è scomparso come nobile e tragica illusione, ricordano la lezione delle sezioni di partito, l’incanto dell’immersione tra i problemi, la capacità di infondere coraggio e speranze. Anche in modo che può apparire superato, qualche volta clientelare. Pieno di sorrisi e di baci. Che ricorda le istanze, le lamentele, i bisogni e che sa mettere il petto di fronte ai prepotenti. Resistere all’ingiuria dei forti e proteggere le vedove e gli orfani.

Oppure emergono dal grigiore, dalla consueta piccineria, giovani che vivono di contatti social. Che parlano in modo breve, immaginifico e irridente. Sempre in bilico tra il nuovo e il mostruoso. Che fanno smorfie, urlano e inventano storie, suscitando emozioni in un pubblico come loro allevato dalla interazione elettronica e dalla intelligenza artificiale. Alla ricerca di un’attenzione per distrarre dalla noia, dalla acquiescenza, dall’abitudine. Secondo il rito del meraviglioso, dell’inconsueto, del distante dalla realtà. Amano il lontano come voleva Nietzsche. Alla ricerca di un afflato, di una compagnia nel deserto esistenziale dell’era contemporanea. In bilico tra novità ed esagerazione.

Eppure, sia i vecchi leoni che i giovani giocolieri scuotono l’indifferenza. Riempiono il grigiore della quotidiana e spesso spiacevole realtà, con i loro volti, le “sparate” e le intemerate. Sembrano in grado di mobilitare, almeno un po’ una società che tende all’inerzia, alla rassegnazione, alla pigra desolazione. Occorrerà certo del tempo perché da loro si sviluppi un modo efficace di governare. E di tempo ne abbiamo poco. Non è nemmeno sicuro che non finiscano nello scherno e nella derisione. O semplicemente nella consunzione dovuta all’invecchiamento ed alle difficoltà dei tempi che non concedono troppo spazio alla fantasia, passata l’euforia.

Intanto però, in mancanza di un meglio in cui sperare, si può guardare con attenzione a giovani come il nuovo sindaco di Venezia e, in qualche modo anche quello di Reggio Calabria che, pur con qualche svarione grammaticale da parte di quest’ultimo, sembrano in grado di riscuotere un consenso non fragile e forse non transeunte. In grado di stringere mani e scuotere coscienze e, speriamo anche in grado di governare in tempi difficilissimi. In un Paese che stenta a crescere, che ha una produttività bassa e un debito altissimo. Non nuovi tecnocrati, cui forse presto si dovrà ricorrere per mettere mano ai guasti del sistema e neppure solo comunicatori. Speriamo di avere qualche ragione. Del resto ad essere pessimisti ci si indovina ma senza alcun piacere.