Le elezioni Amministrative dicono una cosa semplice: il centrodestra non convince più. Perde nei grandi Comuni, si divide nei territori, sbaglia candidati, non intercetta il malessere dei cittadini. E soprattutto mostra il limite politico di una maggioranza che, soprattutto fuori da Palazzo d’Orléans, combatte una guerra permanente tra partiti, correnti e capibastone. Il voto, però, apre anche una questione più larga: prendere atto del fallimento e immaginare una fine anticipata della legislatura, oppure trascinare fino al 2027 una Waterloo permanente?

Non è una sconfitta locale, per quanto a Palermo molti proveranno a raccontarla così. Ma un segnale politico. Mario Barresi, su La Sicilia, l’ha sintetizzata con una formula difficile da aggirare: il centrodestra siciliano ha preso «una sonora scoppola». E ha aggiunto un dato ancora più politico: «laddove è dilaniato in una guerra tra tribù, cioè quasi ovunque, il centrodestra perde». Perde a Messina, dove Federico Basile conferma la presa deluchiana sulla città e trasforma Scateno in un interlocutore obbligato per ogni ragionamento sulle prossime Regionali. Perde a Enna, dove Mirello Crisafulli – il Barone rosso – dilaga senza nemmeno il simbolo del Pd. Rischia grosso ad Agrigento, dove Michele Sodano, candidato dell’area progressista, sfiora il colpo al primo turno. Perde a Termini Imerese, dove la riconferma di Maria Terranova rimette in campo anche il Movimento 5 Stelle.

Il voto nei Comuni racconta che il centrodestra, dove non può contare sulla rendita nazionale di Giorgia Meloni, mostra tutte le sue crepe. Nei territori non esiste un progetto comune. Esistono candidature imposte, vendette incrociate, liste civiche usate come rifugi, pezzi di partito che lavorano contro altri pezzi dello stesso schieramento. È la prosecuzione, su scala comunale, della stessa guerra che da mesi paralizza la maggioranza regionale.

La batosta arriva dopo mesi di tensioni, sconfitte all’Ars, vertici inutili, un rimpast-iccio e l’insabbiamento della ‘questione morale’. Un’escalation che ha stravolto anche il giudizio degli elettori. Il primo a dirlo con una certa chiarezza è stato Nino Minardo. Il commissario regionale di Forza Italia, pur coi toni del politichese, ha ammesso che «non possiamo far finta di non vedere» l’effetto dei personalismi. Ha chiesto «più coalizione, più strategia, più investimento sulla classe dirigente». Tradotto: così non si va avanti. Minardo ha citato i modelli vincenti di Venezia e Reggio Calabria. Il paragone serve soprattutto a mettere in evidenza la differenza: lì il centrodestra appare una macchina politica, in Sicilia una rissa permanente.

La questione, dunque, è politica. Conviene proseguire questa esperienza fino alla scadenza naturale della legislatura, fingendo che il governo regionale sia compatto e impegnato sui problemi dei siciliani? O conviene prendere atto che la coalizione è arrivata al capolinea e valutare un ritorno anticipato alle urne, come continua a ripetere Cateno De Luca, con vista sul prossimo autunno?

Le elezioni anticipate, oggi, sembrano più una minaccia che una soluzione. Come si fa a convincere 70 deputati, di maggioranza e opposizione, che la strategia migliore è staccare la spina e rinunciare a un anno di indennità? Come si fa a convincere i partiti nazionali a recedere dall’idea di un election day (nel ‘27) e aprire una finestra elettorale senza poter contare sull’effetto trascinamento e finendo per favorire le realtà regionali e autonomiste (da Sud chiama Nord in giù)?

Eppure il problema resta. A chi conviene davvero trascinare questa Waterloo fino al 2027? Ai siciliani, certamente no. Perché una maggioranza ridotta a somma di interessi non governa, al limite si dedica alla spartizione (ma con lo stop alle assunzioni per i prossimi 12 mesi anche questa certezza viene un po’ meno). Sanità, infrastrutture, fondi europei, rifiuti, trasporti, Comuni in affanno: tutto finisce dentro la stessa centrifuga di potere, dove ogni dossier diventa occasione per misurare rapporti di forza, piazzare bandierine, intestarsi meriti o scaricare colpe.

Una parte dell’elettorato non crede più alla narrazione del centrodestra. Vede una classe dirigente concentrata sulle poltrone, sulle mance, sulle nomine. E quando cerca un’alternativa non sempre la trova nei partiti tradizionali — né Pd né M5s ottengono successi in doppia cifra. Ma a crescere davvero sono le forze antagoniste: De Luca da una parte, La Vardera dall’altra. Due soggetti diversi, ma accomunati da un dato: prosperano dove i partiti tradizionali appaiono logori e poco credibili.

Ma il dossier più urgente resta sul tavolo del centrodestra. Roma se n’è accorta? La premier può ripetere che il crollo è rimandato a domani, ma in Sicilia quel domani è già cominciato. La coalizione che nel 2022 aveva conquistato Palazzo d’Orléans oggi non esiste più. Per questo la vera scelta non è tra elezioni anticipate e fine naturale della legislatura. La vera scelta è tra una crisi dichiarata e una crisi permanente. La prima avrebbe almeno il pregio della chiarezza.

Dopo queste amministrative, però, il centrodestra può ancora fare finta di niente. Può dire che erano partite locali, che ogni Comune fa storia a sé, che la coalizione resta competitiva. Può perfino raccontare che la legislatura andrà avanti per senso di responsabilità. Ma il voto ha già tolto ogni dubbio sullo stato di salute della coalizione.