La Lega festeggia, gli alleati presentano il conto. È il riassunto breve delle amministrative viste dal centrodestra siciliano, dove il partito di Luca Sammartino e Nino Germanà rivendica sindaci, consiglieri e una media dell’8 per cento, mentre l’Mpa di Raffaele Lombardo lo accusa di avere contribuito a «frantumare» la coalizione ad Agrigento e a Enna. Due racconti opposti, entrambi utili a capire il problema: la Lega è ormai il corpo di guastatori della maggioranza. Sta nel governo Schifani, ne rivendica i risultati, difende il proprio ruolo nella coalizione. Ma nei territori gioca spesso una partita autonoma, di rottura.
Ad Agrigento la divisione – con Luigi Gentile candidato da Carroccio e Democrazia Cristiana, e spettatore passivo delle promesse mirabolanti di Salvini durante i due comizi tenuti nella città dei Templi – ha rischiato di consegnare il Comune agli avversari: Michele Sodano, per una manciata di voti, è stato costretto al ballottaggio. Nei centri più grandi il bilancio politico è tutt’altro che rassicurante. E il vertice di maggioranza convocato dopo il voto si annuncia più come la conta dei danni che come una riunione per ripartire.
La parola più dura l’ha usata l’Mpa: «frantumare». Secondo gli autonomisti, ad Agrigento «una vittoria sicura è stata compromessa dalla scelta della Lega di sostenere una candidatura, ferma al 14%, nonostante la leale apertura del candidato Dino Alonge». Non solo. A Enna, Prima Enna, lista dell’asse Lega-Dc, si è schierata con il Barone rosso Crisafulli. Da qui la conclusione: «Arduo, oggi, immaginare un sereno confronto al tavolo regionale di maggioranza con chi ha operato per frantumare la coalizione». La replica leghista non si è fatta attendere: «Chi sta provando ad alzare la tensione non è certamente amico del centrodestra». E ancora: «La storia dei ribaltoni e di chi in qualche Comune governa con il M5S (a Gela, ndr) certamente non appartiene a noi. La Lega ha lavorato nell’interesse dei siciliani e della coalizione e proprio per questo pretende rispetto, soprattutto dagli alleati».
Il Carroccio è il partito del vicepresidente della Regione, Luca Sammartino, che dispone di una rete personale e territoriale capace di muoversi anche oltre i confini del simbolo. È il partito di Germanà, segretario regionale, che pochi giorni fa ha definito quello di Schifani «il miglior governo degli ultimi cinquant’anni». Una formula impegnativa, quasi monumentale. Poi sono arrivate le amministrative e il miglior governo degli ultimi cinquant’anni si è ritrovato con una maggioranza inconsistente. Germanà, però, racconta un’altra storia: «In tantissimi Comuni dove si votava con il maggioritario abbiamo eletto sindaci e consiglieri». Ma è proprio il resto a pesare.
Nella Sicilia orientale, Sammartino può rivendicare le vittorie di due civici sostenuti dalla sua area, a Mascali e Randazzo. Risultati che rafforzano il suo peso personale e aumentano il potere contrattuale dentro la maggioranza. Ma proprio qui nasce il problema. Perché non sempre ciò che conviene alla Lega conviene al centrodestra. E il mancato sostegno in alcuni Comuni, come a Bronte, dove Castiglione è stato costretto al ballottaggio, ha alimentato nuove irritazioni, soprattutto dentro Forza Italia. La vecchia ruggine con l’Mpa fa il resto. La federazione siglata a suo tempo da Salvini e Lombardo non è mai stata davvero digerita da Sammartino, che dell’ex governatore di Grammichele è stato uno dei principali avversari. Quel progetto si è consumato presto.
Anche Fratelli d’Italia, che in passato aveva contestato apertamente il margine di cui gode il vicegovernatore, osserva e manda messaggi. Il commissario regionale Luca Sbardella chiede di ricompattare la coalizione a partire dai ballottaggi, dove «chi ha tentato fughe in avanti» dovrebbe ritrovare «il senso di responsabilità». Il riferimento alla Lega è apparso fin troppo leggibile. E quando gli viene chiesto se anche Sammartino abbia lavorato con egoismo per le sue liste, la risposta è netta: «Non solo, ma anche lui».
È il ritratto di una coalizione che governa, ma non comanda più se stessa. In cui la Lega è un contenitore più che una comunità politica. Dentro ci sono ex forzisti, ex renziani, ex autonomisti, ex democratici, amministratori civici, portatori di voti, professionisti del transito. Germanà viene da Forza Italia. Sammartino, che è passato dal Pd e Italia Viva, ha costruito negli anni una geografia personale più resistente dei simboli. Chiamarla Lega, a volte, è una semplificazione. È una piattaforma. Un parcheggio attrezzato. Un luogo dove si entra per ripartire meglio. Un partito così può essere utilissimo quando porta voti (e a livello regionale non ne porta granché: gli ultimi sondaggi la danno in bilico rispetto alla soglia di sbarramento del 5 per cento). Diventa ingestibile quando usa quei voti per aprire trattative permanenti. Più che frantumatori dichiarati, guastatori: quelli che non abbattono il palazzo, ma ne allentano i bulloni.
Schifani, per ora, osserva. Ma il silenzio non basta più. Se il centrodestra vuole arrivare alla fine della legislatura, deve capire se è ancora una coalizione o soltanto una somma provvisoria di partiti costretti a governare insieme. E deve soprattutto sciogliere il garbuglio della Lega: un partito che partecipa al governo, lo elogia quando conviene, ma nei territori si muove come se la coalizione fosse un dettaglio.

