Un mese dopo, a Niscemi bruciano le fiaccole. E non solo quelle della manifestazione organizzata dal comitato “Evento franoso”, che ieri pomeriggio ha rimesso insieme una comunità ferita ma ostinatamente compatta. Brucia la rabbia di chi è fuori casa da trenta giorni, la pazienza degli imprenditori senza ristori certi, brucia soprattutto la sensazione che attorno alla frana si sia già consumata la solita, interminabile passerella.

I numeri, però, raccontano un’emergenza tutt’altro che archiviata. Sono circa 1.500 gli sfollati, distribuiti in 440 nuclei familiari. La Regione ha avviato i contributi per l’affitto: finora ne sono stati erogati 252, gli altri — assicurano — arriveranno nei prossimi giorni. L’importo oscilla tra 400 e 900 euro a famiglia per un totale di 320 mila euro. Per demolizioni e ricostruzioni bisognerà invece aspettare i fondi più consistenti, quelli dei 150 milioni annunciati dal governo. Intanto una quarantina di attività commerciali non ha più riaperto e aspetta risposte dall’Irfis.

Proprio sui ristori Palazzo d’Orléans ha sentito il bisogno di intervenire per smentire alcune ricostruzioni: la piattaforma Irfis, spiegano dalla Regione, serve al primo ristoro da 20 mila euro per impresa previsto dall’ordinanza nazionale di Protezione civile. Le domande presentate sarebbero circa 350, per un fabbisogno stimato di 7 milioni già disponibili. «Non risponde al vero che le risorse non sono sufficienti», è la puntualizzazione ufficiale. Resta però il clima di attesa, soprattutto tra le imprese, che ancora non vedono certezze operative.

Sul campo, nel frattempo, lavorano soprattutto altri. Da un mese settanta vigili del fuoco — affiancati dal volontariato — entrano ogni giorno nella zona rossa per il recupero dei beni. Si procede per gradi, dalle case più lontane dal baratro fino agli appartamenti a trenta metri dal fronte di frana. È il lavoro più silenzioso e meno televisivo dell’emergenza.

Silenziosa non è invece la politica. In poche settimane Niscemi ha visto sfilare praticamente tutto l’arco parlamentare. Prima Elly Schlein, segretaria del Pd, poi Giuseppe Conte accompagnato da Nuccio Di Paola, quindi Fratoianni, Bonelli con La Vardera, fino alla doppia visita di Giorgia Meloni. L’ex premier pentastellato ha parlato di «deserto esistenziale» promettendo di tornare quando i riflettori si spegneranno.

Il copione si è arricchito di alcuni retroscena: come le tensioni sui fondi, le frizioni tra Roma e Palermo, le bacchettate della premier che in un vertice a Catania ha invitato Schifani e Musumeci alla «piena collaborazione». Poi l’annuncio di nuovi stanziamenti miliardari. Ma in questa girandola di presenze c’è soprattutto una assenza che pesa. Il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, sull’orlo della frana non si è mai visto.

Un dettaglio politico non secondario, considerando che parliamo dell’ex presidente della Regione che più di ogni altro conosce (o dovrebbe conoscere) la fragilità idrogeologica dell’Isola. Mentre a Niscemi arrivavano leader, sottosegretari e delegazioni assortite – persino la Conferenza dei presidenti dei consigli regionali voluta dal presidente dell’Ars Galvagno – la sua sedia è rimasta vuota. E più passano i giorni, più quell’assenza diventa rumorosa.

Come rumorose, nel frattempo, sono diventate anche le parole dell’ex prefetta di Caltanissetta Isabella Giannola, oggi figura chiave dell’inchiesta. Sentita per ore dal procuratore di Gela Salvatore Vella, la ex commissaria dell’emergenza del 1997 aveva già lanciato un’accusa pesante in un’intervista ad Avvenire: dopo la frana di allora – ha detto – furono realizzate le opere immediate per far ripartire il paese, ma non venne completato l’intervento strutturale di prevenzione affidato alla Regione. Il passaggio più tagliente riguarda proprio quei lavori mai ripresi e, soprattutto, le risorse «stornate» di cui – parole sue – «non so che fine abbiano fatto». Dichiarazioni che ora pesano come macigni nel fascicolo per disastro colposo aperto contro ignoti dalla Procura di Gela, mentre i consulenti universitari nominati dai pm hanno già effettuato il primo sopralluogo sul fronte della frana.

È qui che la vicenda smette di essere solo cronaca di protezione civile e torna ad assomigliare a una storia tutta siciliana: opere fatte a metà, prevenzione evaporata, fondi che cambiano destinazione d’uso. E una domanda che inevitabilmente riaffiora: la frana era davvero imprevedibile?

Nel frattempo l’Assemblea regionale riesce a fare persino peggio del solito. Il dibattito sull’emergenza Niscemi e ciclone Harry è stato rinviato perché il presidente Schifani ieri non era disponibile a riferire in aula. Il governo offriva in alternativa il vicepresidente Sammartino e la giunta, provocando un secco rifiuto da parte delle opposizioni. Galvagno ha assicurato che l’aula è pronta a riunirsi «anche la domenica». Intanto però Niscemi aspetta.

Fuori dal Palazzo, la vita prova comunque a ripartire. Ieri sera la fiaccolata ha rimesso insieme la città attorno alla patrona Maria Santissima del Bosco. «Restiamo uniti», ha detto il sindaco Massimiliano Conti. È probabilmente la frase più sensata ascoltata nell’ultimo mese. Perché mentre a Niscemi si contano ancora crepe, sfollati e strade interrotte — con le provinciali 10 e 12 destinate a non riaprire più e l’esercito impegnato nel bypass tra la Sp11 e la Sp35 — la sensazione è che la fase due, quella vera, non sia ancora cominciata.

E finché il dibattito resterà confinato nella liturgia delle visite, nelle puntualizzazioni sui ristori e nei rimpalli tra livelli istituzionali, il rischio è sempre lo stesso: che la frana diventi l’ennesima emergenza gestita a colpi di annunci.