C’è un’ombra che si allunga sul referendum della giustizia del 22 e 23 marzo, e non riguarda soltanto l’eterna disaffezione siciliana alle urne. Riguarda Forza Italia, il suo leader nell’Isola – cioè il presidente della Regione in carica – e un partito che ufficialmente guida la battaglia per il Sì ma che, nei fatti, sembra camminare con il freno a mano tirato.
A Roma, Antonio Tajani ha riunito la segreteria nazionale e scandito la linea: «Serve un cambio di passo». Significa mobilitazione sul territorio, metterci la faccia, scendere nelle piazze. Il referendum non può essere un passaggio minore. È una riforma identitaria, è la separazione delle carriere, è il superamento di un assetto che Forza Italia contesta da trent’anni (col Cav. da sempre in prima linea). E invece in Sicilia tutto appare ovattato. Nessuna campagna martellante, nessun tour organizzato da parte dei parlamentari dell’Ars, nessuna chiamata alle armi dei grandi portatori di voti.
Il coordinamento operativo del Sì, a livello nazionale, è affidato a Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, peso massimo del partito. Ma anche – dettaglio non secondario – potenziale competitor di Renato Schifani nella corsa alle Regionali del 2027. In questo schema, ogni gazebo rischia di trasformarsi in un mattoncino per la costruzione della prossima leadership. E rafforzare la campagna referendaria significa, inevitabilmente, rafforzare la regia di Mulè nell’Isola.
Ecco l’alone di diffidenza. Schifani, in questi giorni, parla d’altro. Ha deciso di concentrare l’80% della propria attività istituzionale sul ciclone Harry e sulla vicenda di Niscemi, che si è promesso di raggiungere almeno una volta a settimana per fare il punto della situazione. E’ investito dai progressi – così dice – della sua attività da commissario sulla A19; armeggia la ‘questione morale’ con poca incisività (vedi Sas); osserva con distacco le crepe nella maggioranza (vedi il capitombolo sulla riforma degli enti locali all’Ars) e solo ogni tanto parla di rimpasto (perché è un tema che si trascina ormai da troppo tempo)
Anche questo tema, però, rischia di venir meno (nonostante il pressing di Fratelli d’Italia): «Nella mia agenda, allo stato attuale, c’è soltanto entro il mese prossimo di affidare i due assessorati, che ricopro ad interim, a persone che possano ricoprirlo a pieno titolo. Questo mi sembra un atto ineludibile», ha detto a margine dell’inaugurazione dell’anno giudiziario a Palermo. L’urgenza sono le deleghe lasciate vacanti dopo la revoca agli assessori espressione della Dc, in seguito all’inchiesta che ha travolto Totò Cuffaro. Da novembre tiene tutto in mano. Ora vuole chiudere il cerchio.
Il presidente della Regione rivendica i conti risanati, le parifiche della Corte dei conti, il lavoro dell’assessore Dagnino. Narrazione da governo solido, amministrazione in carreggiata, squadra che funziona. Ma sul referendum il volume resta basso. Troppo basso per un partito che, a parole, considera la riforma della giustizia una battaglia fondativa.
Il sospetto che circola tra gli azzurri (e non solo) è che il referendum sia diventato terreno minato. Se il Sì corre e fa numeri, cresce chi lo guida. Se l’affluenza resta al 30% e la Sicilia non risponde, la responsabilità si diluisce. Tajani conosce bene i suoi polli, lo ha capito. Qualche settimana fa, d’altronde, era stato nell’Isola per ascoltare le ragioni delle due fazioni (almeno) che compongono il partito: da un lato i filo governativi – o Schifani o morte! – dall’altro i “ribelli” capeggiati da Falcone, che avevano chiesto al coordinatore Marcello Caruso di farsi da parte per consentire una piena dialettica che manca da troppo. N’era venuta fuori una visita cardinalizia, interlocutoria, fumosa.
Oggi invece la sua tirata d’orecchi ai governatori del Sud, Sicilia in testa, non è solo un richiamo alla disciplina. È un avvertimento: non si può trasformare un appuntamento nazionale in una partita di posizionamento interno. Non si può chiedere al partito di esporsi e poi limitarsi a osservare dalla tribuna senza toccare palla.
L’ultimo sondaggio di Alessandra Ghisleri, presentato qualche giorno fa durante il convegno sulla riforma della giustizia, all’hotel Villa Igiea di Palermo, dice che l’elettorato siciliano è spaccato, che la fiducia nella magistratura è fragile, che i giovani – paradossalmente – mostrano idee più nette degli adulti. C’è materia politica e spazio per una battaglia identitaria. Ma serve convinzione. La questione, allora, non è soltanto se il Sì vincerà o perderà. La questione è se Forza Italia in Sicilia intende guidare davvero questa campagna o se preferisce attraversarla senza lasciare impronte. Perché quando un partito esita sulla propria bandiera, non è mai solo tattica. È un problema di fiducia. Interna ed esterna.


