La Sicilia è stata l’ultima regione d’Italia per affluenza al referendum: 46 per cento. Un dato che, da solo, basterebbe a raccontare il fallimento di una mobilitazione mai davvero cominciata. Ma nell’Isola quel numero pesa il doppio, perché qui non governava una coalizione marginale. Qui governava — e governa — il centrodestra. E soprattutto governa Forza Italia, il partito del presidente della Regione. Per questo la ‘maglia nera’ non è soltanto una sconfitta statistica, ma politica.
Prima di addentrarsi nell’analisi, non possono sfuggire gli altri numeri: alle 16.45 il dato nazionale indica il ‘no’ al 54%. Un dato che diventa monstre in Sicilia, dove poco meno del 40% degli elettori votanti (pochini) ha scelto di dire sì alla separazione delle carriere e a tutto il resto. Anche nell’Isola spopola il ‘no’ con oltre il 60%.
Il punto non è neppure il merito della riforma, che ormai appartiene al verdetto delle urne. In Sicilia il sì è stato accompagnato stancamente, quasi con imbarazzo, da una parte rilevante di quel blocco di potere che, a parole, ne rivendicava la paternità culturale. Il referendum doveva essere una bandiera identitaria. Per Forza Italia, in particolare, era qualcosa di più: un’eredità berlusconiana da onorare, quasi un dovere testamentario. E invece proprio nella terra (tra le pochissime) in cui gli azzurri riescono a sfornare prestazioni in doppia cifra – ed esprimono, oltre al presidente della Regione, il gruppo parlamentare più nutrito –, la macchina si è inceppata.
Renato Schifani l’appello lo aveva fatto. Pubblicamente. Aveva detto – in una delle poche apparizioni organizzate da Caruso, l’altra era stata con la Pascale e Miccichè – che serviva una mobilitazione per portare la gente a votare e che più alta sarebbe stata l’affluenza, più alta sarebbe stata la possibilità di vittoria del Sì. Ma tra l’appello e la realtà c’è stato di mezzo il solito abisso. Perché se il presidente della Regione chiama alla mobilitazione e poi la sua Sicilia si ferma al 46,17 per cento, una domanda va fatta: chi non ha risposto? Gli elettori? O i gruppi dirigenti che quegli elettori avrebbero dovuto sollecitare, organizzare, convincere?
Dentro questa contraddizione si infila la figura di Giorgio Mulè. Uno dei pochissimi, se non l’unico, ad aver condotto una campagna riconoscibile, insistita, militante. Mulè ci ha messo la faccia, la voce, perfino una certa enfasi da battaglia di civiltà. Ha fatto quello che un dirigente investito di una missione politica nazionale (da Tajani) era tenuto a fare. E proprio per questo oggi il suo attivismo diventa la migliore cartina di tornasole dell’inerzia altrui. Perché se uno solo corre e il partito resta fermo, è facile individuare il problema.
Da qui nasce il sospetto più maligno, ma anche più plausibile. Che una parte di Forza Italia abbia tirato il freno. Non per dissenso sulla riforma, ma per convenienza interna. Per evitare che un buon risultato del Sì in Sicilia diventasse una medaglietta da appuntare al petto di Mulè (che ormai ha trasferito la residenza a Monreale). Per impedire che una campagna vinta o almeno onorevolmente combattuta gli restituisse centralità politica e un peso negoziale che il vicepresidente della Camera era già riuscito a conquistarsi con un’altra battaglia: quella per una sanità più giusta e lontana dagli istinti predatori dei partiti.
In altre parole: meglio una prova opaca che un successo personale del rivale. È questo il vero veleno che il referendum lascia sul tavolo. E che rischia di riaprire, dentro Forza Italia, una rivalità mai davvero sopita. Da un lato Schifani, che continua a occupare Palazzo d’Orléans e a presentarsi come perno inevitabile di ogni equilibrio futuro. Dall’altro un’area che, tra Mulè, Falcone, Calderone e altri movimenti carsici, non considera affatto il bis del governatore come un automatismo, e che piuttosto si è già risentito abbastanza per non avere avuto voce in capitolo sulla scelta degli assessori (piccolo inciso: non ne avrà neppure stavolta, dato che i due posti vacanti andranno a Dc ed Mpa).
Il dato referendario, in questa lettura, non chiude niente. Apre, piuttosto, una discussione su chi comanda davvero nel partito. Su chi lavora per la causa comune e chi, invece, soltanto per il proprio recinto. E apre soprattutto una questione che Antonio Tajani, stavolta, farà fatica a ignorare. Perché non si tratta di una banale sconfitta territoriale, ma di una profonda anomalia politica: il partito che guida la Regione non è riuscito a mobilitare i propri elettori su una battaglia che avrebbe dovuto sentire come propria.
Il problema, per Schifani, è che il risultato arriva nel momento peggiore. Il suo secondo mandato, fino a ieri evocato come approdo naturale di una legislatura senza alternative, oggi torna a essere un’ipotesi tutta da verificare. In apparenza il centrodestra resta unito. Nella sostanza ognuno presidia la propria trincea, misura i propri spazi e osserva con un certo compiacimento gli inciampi del vicino.
Da oggi, dunque, il tema non è più se la Sicilia abbia aiutato o no il Sì (difficile intercettare i franchi tiratori). Il tema è un altro: chi, dentro il centrodestra siciliano, ha scelto di non aiutare abbastanza. E perché. E’ lì che il bis di Schifani smette di sembrare una pratica già archiviata e torna a essere ciò che forse è sempre stato: una candidatura possibile, ma tutt’altro che inevitabile.


