Hanno ridotto Alessandro Giuli in questo stato: vede spettri come Macbeth e il suo Macduff è Federico Mollicone. Da ministro della Cultura ricorda a Meloni, si sfoga: “Non ce la faccio. Io posso andare via. Io non volevo farlo, me lo avete chiesto voi”. Alle 15,30 entra a Palazzo Chigi, incontra Meloni, dopo aver mozzato teste al capo della segreteria tecnica, Emanuele Merlino, e alla responsabile della segreteria particolare, Elena Proietti, colpevole di aver perso un aereo e che si difende: “Avevo le coliche. Per fare entrare l’ambulanza in casa sono accorsi perfino i pompieri”. Dice l’altro, Merlino: “Ho fatto il mio dovere, sempre. La Cultura è il ministero dello spettacolo e purtroppo lo stiamo dando”. Meloni rivolta a Giuli: “Ti abbiamo sempre difeso. Di chi ti fidi?”. Da inizio mandato Giuli, a oggi, hanno lasciato quasi 50 dirigenti, consulenti, 50 caduti come nella Scozia: sangue, cultura e suolo.
Gli hanno tolto la libertà all’inizio e gliela lasciano ora che ne fa strage. Prima, un governo ha impedito a Giuli di scegliersi il proprio capo di gabinetto, quel Francesco Spano di cui si fidava (la sua armonia), oggi Lollobrigida, Meloni definiscono come “normali avvicendamenti”, “normale dialettica politica”, la lama violenta, i decreti di revoca annunciati per fax. Domenica, quando Merlino e Proietti scoprono di essere stati purgati, tramite Corriere, si telefonano: “Ma il decreto di revoca ti è arrivato?”. La risposta: “No”. È stato trasmesso solo ieri mattina insieme a un’altra cacciata, un’altra testa che cade nell’ufficio stampa del Mic, Francesca Secci. Al governo sono convinti che si possa ancora fermare Giuli che aveva anticipato: “Ho bisogno di fidarmi”. Ci prova, al telefono, Arianna Meloni, ma non ci riesce.




