Problemi crescenti per il trasporto aereo. Dovuti alla guerra in Iran con chiusura dello stretto di Hormuz da cui passa un quinto del petrolio mondiale. Già si annunciano tagli ai voli e ulteriori costi per gli aiuti che regioni come la Sicilia concedono a tutti i residenti. In questo quadro internazionale gli aeroporti minori come Comiso e Trapani rischiano di più, perché non stanno in equilibrio nonostante i lodevoli sforzi di chi li gestisce. Ma Comiso ormai è stato preso da Catania e quindi ne segue le sorti. Mentre Trapani vivacchia in dipendenza dalle casse regionali. È stato probabilmente un errore aprirli senza preoccuparsi dei costi di gestione. Che sono cresciuti mentre le entrate si assottigliavano.
La pretesa delle compagnie a basso costo, in particolare di Ryanair, ormai dominante e addirittura monopolista a Trapani, è quella di non pagare tasse d’imbarco. Eludendo le prescrizioni dell’autorità dei trasporti che stabilisce quanto un aeromobile debba pagare per ogni toccata. Ma Ryanair paga la cifra stabilita solo simbolicamente: perché poi la vuole restituita fino ad oltre la metà in tutti gli aeroporti italiani, compresi Palermo e Catania. Assume che poiché porta gente che spende, non deve pagare. Un criterio che sarebbe inammissibile se solo i governi della Repubblica avessero legiferato, stabilendo che lo “sconto” applicato alle compagnie per invogliarle a volare sul proprio aeroporto non può superare una cifra, ad esempio il 25% del dovuto. E invece niente. Succubi delle pretese territoriali, dell’abbrivio localistico, non si è intervenuto mai e si è lasciata mano libera alla razzia di profitti che, in nome della libertà di volo e quella sfrenata di mercato, si sono consentiti. Contenti di poter volare a prezzi presunti contenuti.
Il risultato è che aeroporti come Trapani, ormai in gestione, cioè in concessione alla regione produce perdite che vengono ripianate a valere sul bilancio regionale. Cioè di fatto sottratte ad altri impieghi di interesse collettivo. Ma tant’è: pur di avere il proprio piccolo aeroporto, la libidine provinciale ricatta il governo regionale. Che cede volentieri. Invece di fare strade e ferrovie, si fanno piccoli aeroporti condominiali. Ne viene un assetto insostenibile. In cui Palermo, pur crescendo, non ha i denari necessari per gli investimenti in ampliamenti. E così anche Catania: entrambi gli aeroporti principali che fanno oltre venti milioni di passeggeri all’anno, sono in grave arretrato negli investimenti previsti dall’ente regolatorio, di decine di milioni. E sarebbero necessari a pena di revoca della concessione. Se i ministri non fossero poi convinti a non turbare equilibri politici e non lasciassero perdere. Ora cercano di vendere tra mille inciampi e difficoltà.
Finalmente, dopo anni di tergiversazioni, indugi, ripensamenti e appelli a svariati soggetti, Catania giunge alla prima fase. Quella della manifestazione di interesse per la cessione di almeno il 51%. Si spera a privati ben organizzati che sappiano trovare i fondi necessari per lo sviluppo. Tantissimi milioni di euro da qui alla fine della concessione statale. Ma ancora siamo, come si dice, a carissimo amico. Per Palermo analoga procedura dovrebbe iniziare adesso. Sempre che non ci siano altri intoppi e ripensamenti. Sono più di dieci anni che dura questo indecente balletto. Con ridicole prese di posizione di socialisti immaginari. In realtà fieri populisti e difensori delle necessità spartitorie di una politica d’accatto. Pensare che Napoli fu ceduta da un comunista ingraiano come Bassolino e D’Alema vendette dall’Iri Fiumicino, tanto tempo fa. Furono entrate per lo Stato indebitato fino al collo e misero in condizione, con le tariffe approvate e pagate, gli aeroporti di crescere notevolmente. Tanto che oggi Fiumicino, integralmente privato, è da anni dichiarato il miglior aeroporto d’Europa. In Sicilia invece campa cavallo. Ma l’erba da sola non cresce. E per un pugno di piccoli interessi locali, tutto si ferma: i ritardi crescono e le gestioni stentano. Nel frattempo, il mondo impone la sua regola, che non è né comprensiva né benevola. Come una politica stolida e debole vorrebbe. Auguri.



