Dalla sanità siciliana non scappano più soltanto i pazienti. Scappano anche quelli che, per anni, erano stati presentati come la soluzione al disastro: i grandi gruppi del Centro-Nord, chiamati nell’Isola con convenzioni milionarie per portare eccellenza dove il sistema pubblico non riusciva più a garantirla. Prima se ne andavano i malati, costretti a cercare cure fuori regione. Adesso arretrano pure i colossi convenzionati. È il segno che qualcosa si è rotto davvero.
Il conto della mobilità passiva resta il dato più crudele: secondo la Cgil, tra il 2014 e il 2024 la Sicilia ha perso più di due miliardi di euro per prestazioni sanitarie erogate fuori dall’Isola. Soldi pubblici che seguono i pazienti in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Lazio, perché da Palermo a Catania, da Trapani a Messina, troppe volte il diritto alla cura diventa una corsa a ostacoli.
Per anni la risposta politica è stata una scorciatoia: se il pubblico non regge, si porta dentro il marchio prestigioso. Tra gli altri, il San Raffaele a Cefalù, Humanitas a Catania, il Bambino Gesù a Taormina, il San Donato al Civico di Palermo. Solo che i viaggi della speranza non sono finiti. E ora nemmeno l’eccellenza importata sembra voler restare alle condizioni offerte dalla Sicilia.
Il caso più delicato è quello della cardiochirurgia pediatrica, che riguarda non una bensì due strutture. A Palermo il rapporto tra Arnas Civico e Policlinico San Donato si chiuderà il 30 giugno. La Regione lo racconta come il compimento naturale di una fase di startup: il reparto avrebbe acquisito autonomia, il trasferimento di competenze sarebbe riuscito, nel triennio sono stati effettuati 496 ricoveri e l’assistenza dovrebbe proseguire senza scosse. I numeri, però, rendono più difficile la propaganda. Il San Donato è costato 8 milioni e 250 mila euro in tre anni.
A Taormina il Bambino Gesù era partito con una convenzione da circa 8 milioni l’anno, poi ridotta fino a poco più di 1,2 milioni. Oggi il disimpegno sembra a un passo, anche se la Regione prova a trattenerlo almeno in una fase transitoria. Il reparto di Cardiochirurgia pediatrica del “San Vincenzo” sarebbe destinato a restare nella rete ospedaliera e l’ospedale romano avrebbe dato disponibilità a garantire l’operatività del centro anche oltre la scadenza della convenzione, finché la Sicilia non sarà in grado di procedere da sola mantenendo gli stessi standard. Se serve chiedere al Bambino Gesù di restare ancora, vuol dire che l’autonomia non c’è.
Dietro la trattativa pesano due questioni. La prima è economica: una convenzione che negli anni si è assottigliata fino a diventare molto meno conveniente per l’ospedale romano. La seconda è programmatoria: la nuova rete ospedaliera siciliana deve ancora completare il suo percorso al ministero della Salute – gli ultimi rilievi sono feroci – e attorno alla cardiochirurgia pediatrica pesa il limite fissato dagli standard nazionali, la famosa soglia di un centro ogni cinque milioni di abitanti. Per la Sicilia, che quei cinque milioni non li raggiunge, il conto è semplice.
Su questa contraddizione si innesta l’attacco del capogruppo del Movimento 5 Stelle all’Ars, Antonio De Luca: «Non ci voleva certamente la palla di vetro per prevedere questo sciagurato epilogo. La modifica dell’attuale assetto organizzativo ha avuto come effetto immediato e diretto il disimpegno del Bambin Gesù, allontanando di fatto dal territorio siciliano un’eccellenza mondiale e disperdendo il patrimonio di esperienza accumulato in questi anni. I risultati di Schifani in questo campo sono disastrosi perché ha aperto a Palermo una cardiochirurgia pediatrica che in tre anni ha avuto costi esorbitanti rispetto ai risultati ottenuti e ha fatto chiudere a Taormina un’eccellenza internazionale. A trarre vantaggio da tutto ciò è stato solo il gruppo San Donato di Milano, il cui Cda è presieduto da Angelino Alfano, uomo vicino a Schifani, che in questi anni è stato pagato fior di milioni e che ora va pure via».
Intanto, fuori dai dossier di alta specialità, c’è la sanità quotidiana. Quella dei pronto soccorso pieni, delle barelle, dei familiari esasperati, dei medici che lavorano sotto pressione, dei pazienti che aspettano ore prima di essere presi in carico. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e uomo di punta di Forza Italia, lo ha detto senza troppi giri di parole: il sistema va ripensato dove ha fallito, anche “facendo rotolare teste”. E poi c’è Trapani, con lo scandalo dei ritardi negli esami istologici. Una vicenda che ha tolto alla sanità siciliana anche l’alibi della burocrazia astratta: qui si parla di diagnosi, tempo perduto, famiglie distrutte, vite forse accorciate.
E infine c’è quello che la sanità siciliana riesce ancora a produrre con sorprendente continuità: scandali, pressioni, capri espiatori. Il caso di Desiree Farinella, ex dirigente sanitaria del “Di Cristina” di Palermo, è diventato quasi un manuale. Quando esplode la polemica sulle condizioni dell’ospedale pediatrico, il sistema invece di interrogarsi sulle proprie responsabilità cerca una figura da sacrificare. Farinella viene rimossa e demansionata. Poi la vicenda finisce in Procura: il deputato regionale di Forza Italia Gaspare Vitrano e l’ex direttore sanitario del “Civico” Roberto Buccheri risultano indagati per tentata violenza privata, con l’ipotesi di pressioni sulla dirigente perché si facesse da parte. Accuse da provare, certo. Ma il riflesso politico è già visibile: davanti al disastro, il sistema non cura se stesso ma si chiude a riccio.
Nel frattempo il Pnrr promette Case e Ospedali di comunità, medicina territoriale, servizi più vicini ai cittadini. Ma anche qui il rischio è sempre lo stesso: inaugurare strutture prima di avere personale, percorsi e funzioni davvero operative. Il problema si pone quando bisogna riempire i luoghi di servizi, turni, responsabilità, centrali operative funzionanti.
La fuga dei grandi gruppi fotografa il fallimento di un modello. La Sicilia ha provato a compensare le proprie debolezze comprando eccellenza dall’esterno. Ma se prima fuggivano i pazienti e adesso se ne vanno anche i partner chiamati a garantire quelle cure, il punto è uno solo: dalla sanità siciliana stanno scappando tutti.



