La sinistra rischia di fare un errore che ha già fatto altre volte: prendere un risultato favorevole e trattarlo come se fosse l’inizio automatico di una vittoria. Il referendum sulla giustizia, con il 60,98 per cento di No nell’Isola e la bocciatura politica del centrodestra, ha certamente rimesso in moto un campo che da anni colleziona sconfitte, ritardi, candidature sbagliate e coalizioni scricchiolanti. Ma un conto è tirare un sospiro di sollievo, un altro è pensare di avere già la partita in mano.
Il centrodestra esce male dal referendum, ma questo non trasforma da solo l’opposizione in un’alternativa credibile. Il voto contrario ha espresso un malcontento reale verso Meloni, verso la riforma, e in Sicilia anche verso il governo Schifani (travolto dalle inchieste). Ma il malcontento, da solo, non basta. Può indebolire chi governa. Non basta ancora a legittimare chi dovrebbe sostituirlo.
Basta guardare a ciò che è accaduto subito dopo il voto, sul piano nazionale. Invece di mostrarsi come una coalizione che ha capito la lezione, il campo progressista ha ricominciato quasi subito a discutere di leadership, primarie e candidature. Giuseppe Conte ha aperto alla propria disponibilità. Elly Schlein non può chiamarsi fuori. Altri, da Avs ai centristi, hanno frenato, dicendo una cosa di buon senso: prima bisogna capire su che cosa ci si mette insieme, poi eventualmente si discute di chi guida.
Ed è esattamente il nodo che in Sicilia appare ancora più evidente. Qui il problema non è solo chi debba correre. Il problema è che non si è ancora capito davvero con chi, e per fare cosa. Il segretario regionale del Pd Anthony Barbagallo continua a considerare Cateno De Luca un interlocutore possibile. Altri, come Avs, non lo considerano affatto tale. Non è una differenza marginale. A questa confusione si aggiunge il ruolo dei renziani, che tutti citano ma che nessuno colloca davvero dentro uno schema definito. Davide Faraone ha ragione quando dice che questo voto apre una finestra e non consegna una vittoria automatica. Ma proprio questo dovrebbe imporre più cautela e meno propaganda. Perché una finestra politica può anche richiudersi in fretta, se dietro non c’è una proposta riconoscibile.
E invece, appena archiviato il referendum, nel centrosinistra è ripartita subito la discussione sul metodo, cioè sul candidato, cioè ancora una volta sulla leadership. Barbagallo ha già lanciato la proposta: «Andiamo ai gazebo subito dopo l’estate». Il coordinatore regionale dei Cinque Stelle, Nuccio Di Paola, molto più prudentemente ha risposto: «Prima scegliamo programma e perimetro, poi il metodo». Non è il segnale di una coalizione che abbia trovato la sua forma, ma che ancora discute le regole del gioco mentre prova a far credere di avere già la squadra pronta.
E poi c’è Ismaele La Vardera, che ha già lanciato la sua candidatura solitaria alla presidenza della Regione. Anche questo è un segnale chiarissimo, e non va minimizzato. Quando dentro l’opposizione ciascuno comincia a muoversi per sé, vuol dire che non esiste ancora un asse, non esiste ancora una fiducia reciproca, né un’idea comune di coalizione. Esiste, semmai, una somma di percorsi paralleli che per ora non si toccano.
Il rischio, allora, è leggere male il 60 per cento di No. Cioè attribuirgli un significato che oggi non ha. Quel dato dice che una parte larga dell’elettorato siciliano non si riconosce più nella destra di governo, tanto meno nella proposta referendaria che i partiti a livello locale non hanno saputo (o voluto) spiegare. Ma non dice ancora che si riconosca nel campo largo.
In Sicilia il centrodestra non si batte solo perché si logora. Non basta aspettare che si consumi fra inchieste, clientele, rivalità e cattivo governo (le clientele, a dire il vero, sono il marchio di fabbrica e hanno sempre rappresentato una garanzia di consenso). Lo si può battere soltanto costruendo ciò che oggi ancora manca: una candidatura autorevole e un progetto comune. Non basterà una candidatura di compromesso trovata all’ultimo. Serve, piuttosto, una proposta politica chiara, capace di tenere insieme mondi diversi senza sembrare il solito cartello elettorale nato per necessità. Finora tutto questo non si vede.
E qui torna a pesare il precedente più sfortunato e, per certi versi, più istruttivo: quello delle primarie del 2022. Caterina Chinnici le vinse con 13.519 voti, davanti a Barbara Floridia e Claudio Fava. Dovevano essere il rito fondativo del campo progressista siciliano. Diventarono invece il prologo della rottura. Giuseppe Conte lo fece capire subito, legando Palermo a Roma, e nelle settimane successive il Movimento 5 Stelle decise di sfilarsi fino a lasciare la coalizione a un passo dalla presentazione delle liste.
Per questo oggi il richiamo alle primarie non suona come una garanzia di unità, ma come il ricordo di un passaggio che certificò quanto quel collante fosse debole. Faraone, del resto, lo ha detto con un’avvertenza che in Sicilia pesa più che altrove: servono «regole chiare e rispetto sacrale per il risultato». Se c’è bisogno di precisarlo, vuol dire che la ferita non si è mai davvero chiusa.
La vera lezione del referendum dovrebbe essere questa: il No ha colpito la destra, ma non ha ancora promosso la sinistra. Se il centrosinistra siciliano non capisce il confine tra queste due cose, finirà ancora una volta per illudersi troppo presto. Perché la novità non sarà convocare i gazebo, riesumare il lessico del campo largo o anticipare la conta sulle candidature. La novità, semmai, sarebbe arrivare a quel passaggio con un perimetro definito, un progetto riconoscibile e la volontà di rispettarne davvero l’esito.
La dichiarazione del campo progressista unito
“Di fronte alla tardiva reazione della premier Giorgia Meloni che, all’indomani della batosta referendaria, ha avviato un repulisti, in Sicilia è ancora tutto fermo. Nella Regione che ha il record di parlamentari ed esponenti della giunta di governo indagati, rinviati a giudizio o sotto processo, non succede nulla di nulla. E, cosa ancor più grave, nemmeno una parola proviene da Renato Schifani, che non ha proferito parola alcuna mentre negli uffici regionali si consumano reati e volano bustarelle. Siamo di fronte ad un sistema malato che coinvolge i parlamentari di una maggioranza ormai liquefatta e presente solo sulla carta. In attesa delle dimissioni di Schifani, è quantomeno urgente che almeno tutti coloro che sono indagati si dimettano come chiediamo da tempo, e si ristabilisca un po’ di decenza nella giunta regionale. Auspichiamo pertanto che la stessa sensibilità che stiamo vedendo a Roma sia dimostrata anche al Parlamento regionale. Attenzione però, che non ci sia un ritorno al passato e che, per equilibri politici che i siciliani non comprenderebbero, si pensi di ridare poltrone e potere alla Democrazia Cristiana”. Lo sostengono in una nota congiunta i segretari regionali del Tavolo progressista – Anthony Barbagallo, Pd Sicilia; Nuccio Di Paola, M5S; Davide Faraone, Italia Viva; Ismaele La Vardera, Controcorrente, Pierpaolo Montalto, Sinistra Italiana; Fabio Giambrone, Europa Verde; Nino Oddo, Psi; Carmelo Miceli, Progetto Civico; Giuseppe Bruno, Più Uno; Palmira Mancuso, +Europa e Giovanni Scicolone, Spazio Civico – al termine della prima riunione dopo la grande vittoria referendaria del NO.
“Il successo del NO è stato straordinario – proseguono – ed è la risposta più concreta che gli italiani hanno voluto dare per difendere la Costituzione. Un voto che ha visto la partecipazione di tanti mondi vitali, alcuni a noi vicini, del mondo studentesco, delle parti sociali che adesso dobbiamo continuare a coinvolgere per sfruttare questa onda positiva, già a partire dalle prossime amministrative, e che ci porterà fino alle elezioni regionali. Non si può negare che i numeri a favore del No in Sicilia sono anche una bocciatura per Schifani, il suo governo e il centrodestra. Spetta a noi – concludono – adesso trasferire questo risultato anche al livello politico”.



