Dopo la batosta del referendum, nel centrodestra è partita la resa dei conti. E la caduta degli dei è stata quasi inesorabile. Il loro destino non era legato tanto alla separazione delle carriere di giudici e pm, o alla creazione di Csm paralleli, quanto all’idea di giustizia – propugnata ma non praticata – che ha finito per mettere in imbarazzo la premier (finora l’unica a essersi svegliata: tardi).
Meloni ha cominciato da Roma, facendo fuori uno dopo l’altro Delmastro, Bartolozzi e Santanchè. In Sicilia il processo è meno spettacolare ma non meno evidente: Fratelli d’Italia si sta svuotando sotto il peso della questione morale, con Manlio Messina già uscito di scena e Galvagno-Amata appesi a un filo. Forza Italia, intanto, si scopre a sua volta sotto sfratto interno, con Marina Berlusconi che ha cominciato a sfilare a Tajani il controllo del partito, anche se qui le motivazioni vanno ricercate altrove: cioè nell’incapacità acclarata di coinvolgere la base su una riforma voluta dal Cav.
È in questo clima da fine ciclo che la Sicilia torna a fare da laboratorio estremo della destra di governo. Manlio Messina, a luglio dello scorso anno, è stato il primo a saltare a causa delle tensioni interne (c’erano stati gli episodi di Cannes e di SeeSicily, e soprattutto la mancata presa di distanza rispetto agli sperperi dell’on. Auteri, poi transitato nella Dc). Ufficialmente si trattò di una scelta personale; politicamente fu il primo segnale che la stagione dell’impunità era finita.
Messina non era un comprimario. In Sicilia è stato esponente di spicco della corrente turistica, uomo di peso nelle trame del melonismo, frontman nelle trasmissioni Mediaset, volto che per anni ha incarnato l’idea di una destra capace di conquistare potere e gestirlo senza complessi (o rossori). Poi sono arrivati le note vicende, la rottura con pezzi del gruppo dirigente (Giovanni Donzelli su tutti), il sospetto che attorno al potere si fosse costruita una filiera troppo disinvolta di relazioni, interessi, protezioni reciproche.
Adesso il problema si è fatto più grosso, perché riguarda due figure ancora centrali nell’assetto del potere siciliano: Gaetano Galvagno ed Elvira Amata. Il loro nome, ormai, è diventato un peso nazionale. Repubblica racconta che i loro fascicoli sono finiti direttamente sul tavolo di Meloni e che il partito in Sicilia si prepara ad applicare “lo stesso criterio di Roma”. Tradotto: il garantismo resta nei comunicati, ma la linea è cambiata. Se a Palazzo Chigi si è deciso di sacrificare Delmastro, Bartolozzi e infine Santanchè dopo la sconfitta referendaria, diventa difficile spiegare perché in Sicilia debba valere un codice diverso.
Qui però emerge la differenza fra il centro e la periferia dell’impero. A Roma Meloni, messa all’angolo dal voto, ha scelto di tagliare tre teste per salvare se stessa. In Sicilia, invece, ogni decisione si impiglia nelle amicizie sedimentate, nei debiti politici, nelle cautele eccesive. E persino nelle udienze in sospeso: quella di Amata, che deciderà sul rinvio a giudizio dell’assessore, è in programma il 20 aprile. Poco dopo toccherà al presidente dell’Ars, che ha chiesto il giudizio immediato: è accusato di corruzione impropria e peculato.
Il commissario regionale Luca Sbardella prova a prendere tempo, lasciando intendere che la stretta arriverà ma non subito (Galvagno è un delfino di La Russa, prima di metterlo alla porta occorre qualche ragionamento supplementare). Ed è proprio questo il punto: il partito che aveva fatto della disciplina una bandiera oggi appare paralizzato dal timore di dover colpire i propri uomini, quelli che fino a ieri considerava intoccabili.
E mentre Fratelli d’Italia si sfarina, anche Forza Italia scopre che la resa dei conti è appena cominciata. Le dimissioni di Maurizio Gasparri dalla guida dei senatori, con Stefania Craxi promossa al suo posto, non sono un normale avvicendamento. Bensì rappresentano il primo colpo visibile assestato al cerchio di Tajani da quella famiglia Berlusconi che da mesi manda segnali di insofferenza e adesso, dopo la pessima prestazione al referendum, ha deciso di farli pesare davvero.
Naturalmente la Sicilia non poteva restare fuori da questa operazione di igiene controllata. L’europarlamentare Marco Falcone, già assessore alle Infrastrutture e all’Economia, ha messo per iscritto ciò che tanti, tra gli azzurri, sussurrano da settimane: “serve una scossa”, “serve un nome unitario, ma diverso rispetto all’attuale”, e dunque il coordinatore Marcello Caruso va accompagnato alla porta. Il passaggio più velenoso, però, è un altro: secondo Falcone a Palazzo d’Orléans non si coglie “la fase che stiamo attraversando” e parla di un “percorso di autoassoluzione” inadatto alle circostanze. Colpire Caruso, in Sicilia, significa colpire Schifani. E colpire Schifani significa dire che il problema non è solo il partito, ma un sistema di governo.
A questo punto il quadro è quasi completo. Da una parte cadono ministri, sottosegretari, capigruppo, simboli. Dall’altra, però, resta in piedi la parte forse più resistente del sistema: quella dei mediatori, degli affaristi di complemento, dei professionisti del sottogoverno, dei pagnottisti che non si fanno mai eleggere ma siedono sempre al tavolo giusto. In Sicilia questa massa è la vera infrastruttura del potere. Cambiano i governi, gli interpreti, ma loro restano: introducono interessi privati nei palazzi, presidiano i circuiti della comunicazione, intercettano affidamenti (chiaramente diretti), sopravvivono a ogni moralizzazione annunciata.
Schifani può anche liberarsi di un assessore, prendere le distanze da un indagato, far finta di non vedere la guerra interna al suo partito e presentarsi accanto a Salvini (per sostenere le ragioni del Ponte) come se nulla fosse. Ma il problema è la filiera del potere costruito in questi tre anni e mezzo di legislatura. Finché la Regione sarà circuita da zar e zarine, sensali, produttori di consenso travestiti da comunicatori, portatori d’interesse con accesso diretto agli uffici e alle procedure, la bonifica resterà una messinscena.
La vera domanda non è se cadranno Galvagno, Amata o Caruso. Ma se cadranno anche gli anelli di congiunzione fra politica e interesse privato. Se il centrodestra, colpito dal referendum e inseguito dalle sue stesse contraddizioni, avrà il coraggio di recidere quel sottobosco che in Sicilia è diventato più stabile dei governi. Oppure se assisteremo al solito rito: qualche testa illustre che rotola, qualche comunicato sulla moralità ritrovata, e intanto i veri sopravvissuti che restano lì, al loro posto, pronti a servire il prossimo dio prima ancora che questo sia salito sull’Olimpo.



