Prediche inutili.

Ora che la campagna per il referendum costituzionale si è spenta. Ora che lo sguaiato rincorrersi di stranezze e fantasmi si è infranto con il prevalere dei voti negativi. Ora che si comincia a muovere la scopa per fare una pulizia anche sommaria. Ora che è tornata la politica per l’ultimo anno dei governi nazionali e regionali. Chiediamoci che cosa rimane oltre le sterili polemiche e le intemerate inutili.

Ad un occhio disincantato e che guarda alla sostanza delle cose, sembrano non vedersi che macerie. Eppure, la situazione economica e internazionale richiederebbe un sovrappiù di impegno per aumentare la produttività e reggere la concorrenza ma anche per sventare il ritorno dell’inflazione che falcidia salari già bassi e mortifica l’iniziativa imprenditoriale.

Il Paese e quindi anche la Sicilia che pure ha fatto qualche timido passo avanti, ha un gravissimo problema di debito fuori misura e di produttività calante. Inoltre, è troppo dipendente dall’energia che acquista, essendo ancora troppo poca quella alternativa che produce. Sono questi i temi che interessano i cittadini.

Anche in Sicilia dove la fame di posti di lavoro e la ricerca di maggiore dignità e benessere ha messo capo ad una fuga di giovani sempre più intensa ed ora anche dei nonni che vanno a raggiungere figli. E questo impoverimento ha conseguenze nella stessa dimensione politica. Incide sul reclutamento, fa invecchiare gli addetti e ne diminuisce la presa e la capacità. Tende a mettere in secondo piano talento e merito. A favore di relazioni e privilegi clientelari. Con questo personale politico sembra da escludersi un riscatto a breve termine.

Non si va lontano con persone di scarso valore culturale e mediocremente attrezzati per le scelte necessarie alla Regione. Che si volle autonoma proprio nella speranza di avere il meglio e comunque meglio di ciò che aveva prodotto lo Stato accentrato. Insomma, la crisi che è forte nel paese, qui si aggrava. Le misure adottate non sembrano ancora in grado di invertire la tendenza. Per questo ci si aspetta un colpo d’ala che muti le cose nel senso in cui vanno mutate. Verso una più fresca e moderna concezione del rapporto con gli elettori. Verso l’abbandono di ogni pratica clientelare. Verso il superamento di quel familismo amorale che già negli anni ’60 dello scorso secolo fu denunciato da Banfield come tipico della Sicilia.

Una scelta difficile. Che toccherà soprattutto ai giovani rimasti. Quelli che hanno vissuto il referendum come una stagione di resistenza e lotta, anche illusoriamente. Che dovrebbero prendere in mano il loro destino. Senza di loro e senza una lotta dura e lunga, nessuno salverà il Mezzogiorno e la Sicilia speciale e trascurata. E l’autonomia già tanto sfiorita si spegnerà definitivamente. A nulla vale constatare che anche il resto del Paese non va tanto bene. E che senza clientele e favori si perdono consensi. Un tempo fu invocata una classe dirigente eroica e straordinaria. Ne basterebbe una normale.