La legislatura di Renato Schifani si sta consumando nel modo più banale: senza lasciare riforme, ma spargendo moneta. È questa, ormai, l’impronta politica del suo governo. Mentre l’Ars si trascina fra rinvii e spaccature (con l’aula deserta fino a ieri), la Regione riempie il vuoto con bandi, incentivi, ristori, concorsi, in quella che somiglia sempre di più a una strategia di sopravvivenza. E insieme una strategia di consenso, nel momento in cui la Sicilia entra nella scia delle Amministrative del 24 e 25 maggio in 71 Comuni e già sente, in lontananza, il rumore delle Regionali.

L’ultima dimostrazione è arrivata dalla giunta con il pacchetto da 239 milioni affidato a Irfis, sulla scorta dell’ultima Legge di Stabilità. La formula è seducente: prevede occupazione, investimenti, innovazione. La sostanza è ancora più eloquente: 150 milioni per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate dal 9 gennaio 2026, 50 milioni per nuovi investimenti, 18 per il south working, 12 per efficientamento e solidarietà energetica, 5 per interventi edilizi. Un calendario di erogazioni pensato per intercettare ogni settimana una platea diversa.

Il punto è che questo non è un episodio. È un metodo. Lo si vede anche dalla coincidenza con la nuova stagione dei concorsi e dei contratti pubblici. La Regione ha già avviato le procedure previste dal Piao 2025 con 322 posti da funzionario e 832 progressioni verticali; nello stesso clima si inseriscono gli avvisi delle aziende sanitarie, dalle selezioni per l’emergenza-urgenza a Trapani agli incarichi libero-professionali a Palermo. Tutto ha una sua giustificazione tecnica, spesso anche una sua necessità reale. Ma in politica i tempi contano almeno quanto i contenuti. E quando assunzioni, stabilizzazioni, progressioni e chiamate si addensano proprio mentre il quadro politico si fa più fragile, il sospetto del calcolo diventa automatico.

Lo stesso schema si ripete in agricoltura, dove in pochi giorni si sono accavallati atti diversi ma tutti immediatamente spendibili sul piano politico. Prima la graduatoria definitiva da 4,6 milioni per i laghetti aziendali; poi il bando “Vendemmia verde” da 10 milioni; poi le graduatorie provvisorie per l’insediamento di giovani e nuovi agricoltori con una dotazione complessiva di 98 milioni. Anche qui sarebbe sciocco contestare in blocco il merito dei provvedimenti: l’agricoltura siciliana ha bisogno di acqua, ricambio generazionale e strumenti di tenuta sul mercato. Ma è proprio la concentrazione degli annunci, tutti nell’arco di pochi giorni, e a cura del medesimo assessore (il leghista Luca Sammartino), a trasformare misure potenzialmente meritevoli in tasselli di una campagna elettorale preparata con largo anticipo.

Ieri si è aggiunto il capitolo dei Comuni, che completa il quadro in modo quasi didascalico. Ieri Schifani, nella veste di assessore ad interim alle Autonomie locali, ha firmato il piano di riparto dei 115 milioni del Fondo per investimenti per il 2026 (108 vanno invece a Città metropolitane e Liberi Consorzi). Appena la settimana scorsa era stata approvata anche la ripartizione di oltre 289 milioni di risorse regionali per le spese correnti degli enti locali, con autorizzazione al pagamento delle prime tre trimestralità. Tutto mentre il presidente trattiene ancora per sé la delega alle Autonomie – delega che Schifani trattiene ancora per sé dopo averle sottratte al cuffariano Andrea Messina lo scorso 10 novembre -, trasformando anche quel settore in una postazione diretta di gestione del consenso.

E adesso si apre pure il fronte balneare, che in Sicilia significa consenso facile e visibilità immediata. Il dipartimento dell’Ambiente ha pubblicato due avvisi per la pulizia delle spiagge libere e il potenziamento dei servizi, per un totale di 6 milioni, cui si aggiungono 800 mila euro per i bagnini e un altro intervento annunciato per l’accessibilità dei disabili. In tutto fanno 8,8 milioni. Anche in questo caso, nulla di scandaloso nel merito: il punto è la perfetta coerenza col metodo, cioè bandi e risorse distribuiti a raffica per presidiare un’altra platea sensibile, proprio alla vigilia della stagione estiva.

Il dato politico, però, sta altrove: nel contrasto sempre più vistoso fra la velocità con cui si distribuiscono risorse e l’immobilità con cui si consuma la legislatura. La maggioranza appare sfilacciata da mesi, e già a febbraio la riforma degli enti locali – per buona parte affossata – era stata raccontata come un campo minato attraversato da assenze, distinguo e franchi tiratori; anche il terzo mandato per i sindaci nei comuni sotto i 15 mila abitanti è stato impallinato. È in questo clima che ogni riforma diventa un rischio e ogni voto un potenziale incidente. Perciò il governo preferisce non esporsi.

Qui si capisce anche il senso del rimpasto che non arriva mai. Schifani prende tempo, rinvia le caselle, evita il chiarimento politico e intanto fa la sola cosa che oggi sembra garantire un rendimento immediato: aprire rubinetti. Soldi per le imprese, soldi per i Comuni, soldi per gli agricoltori, soldi per chi assume, per chi investe, per i territori feriti dall’emergenza. Anche il secondo piano da oltre 1,6 miliardi per i danni del ciclone Harry e della frana di Niscemi — che merita prudenza, perché nasce da tragedie vere ed è ancora al vaglio della Protezione civile nazionale — finisce dentro questa stessa narrazione: un governo che, non avendo una riforma da offrire, offre risorse. Il governo non costruisce una prospettiva, ma alimenta aspettative.

Il risultato è una legislatura logorata che prova a curarsi con la spesa pubblica. Il logorio è quello di una maggioranza che teme se stessa, di un Parlamento che non riesce a trasformare in legge neppure le proprie priorità, di una classe dirigente che ha dimenticato la politica (se non fosse per il proprio collegio elettorale, sempre prodigo di contributi a pioggia). In Sicilia, quando il potere non sa più dove andare, torna a fare la cosa più utile: spargere piccioli. E’ la campagna elettorale, bellezza!