Trump sigla la tregua a Hormuz, Netanyahu la rompe in Libano.
Peggio di essere “nelle mani di un pazzo” è averne uno che ama Meloni e un altro che spara ai militari italiani. Uno sconcertato Tajani annuncia in Aula che una nostra colonna, un convoglio Unifil, è stato attaccato dall’Idf, in Libano, e per fortuna senza feriti. Viene convocato l’ambasciatore israeliano, Meloni esprime “ferma condanna”, “inaccettabile”, “Israele dovrà chiarire”. La sera della fine del mondo di Trump (che non c’è stata) Meloni ha esclamato “speriamo che duri”. Non dura. Per garantire la circolazione lungo lo Stretto di Hormuz il governo ragiona con gli alleati a una missione Onu. L’altra missione è affidata a Fazzolari. Ha il mandato di Meloni di usare la scopa in Leonardo, nelle partecipate, di fare pulizia profonda. È in corso una dialettica fortissima fra Fazzolari e Crosetto. La caduta di Cingolani è il processo ai felloni.

Più Meloni prova ad allontanarsi da Trump e più Trump la sporca con i baci non voluti. Il suo vice Vance, a Budapest, dichiara che “la classe europea lo ha deluso, a eccezione di Meloni e Orbán”. Raccontano che Tajani abbia pronto il vino buono in frigo, se Orbán dovesse perdere, anche se ovviamente non lo dirà, per non indispettire Meloni, perché di noie ne ha già abbastanza in Italia. Sono cambiati in viso e non sono più rubicondi, con le guanciotte, così come non hanno più voglia di rilasciare interviste “posate”, lunghe, ragionate. Tajani, al Question Time, alza la voce per marcare la distanza dal governo israeliano, dalla pena di morte, da quella sbevazzata del ministro Ben-Gvir, e appena finisce scappa a Chigi per il tavolo sulle partecipate. Il capogruppo di FI, Paolo Barelli, che è sempre stato un signore con i giornalisti, dicono che cadrà, presto, “è solo questione di un giorno” e che però andrà a fare il sottosegretario, per ricompensa; c’è chi assicura da Urso e chi spara addirittura alla Giustizia, insomma, le più belle cause perse (ma in serata torna l’ipotesi staffetta con Mulè). Tutte le crisi sono annunciate dall’inchiostro, dal bisogno di scrivere una lettera. Continua su ilfoglio.it