La tabella di marcia è in ritardo di cinque mesi, e tutto a causa dei giudici: lo scorso 10 novembre, con un colpo di mano, il presidente Schifani revocava l’incarico in giunta ad Andrea Messina e Nuccia Albano, rispettivamente assessori agli Enti locali e al Lavoro. La loro colpa? Essere esponenti del partito di Totò Cuffaro, nel frattempo coinvolto in un giro poco chiaro di nomine e appalti nella sanità, (è tuttora ai domiciliari con l’accusa di corruzione). Cinque mesi e una manciata di giorni dopo, però, l’azione di governo è ancora paralizzata. Stavolta a causa di Elvira Amata, assessore regionale al Turismo in quota Fratelli d’Italia, e della decisione del Gup – giunta soltanto nel pomeriggio di lunedì – di rinviarla a giudizio nell’ambito di un’altra inchiesta per corruzione.

L’assessore Amata avrebbe garantito trentamila euro alla Fondazione Bellisario, che fa riferimento all’imprenditrice Marcella Cannariato (alias “Lady Dragotto”) in cambio dell’assunzione del nipote in una società di brokeraggio. Ma al netto dei risvolti penali della vicenda, che saranno chiariti nei luoghi opportuni, è normale paralizzare un governo per questo? Schifani ha sorvolato sugli episodi che hanno coinvolto il vicepresidente Luca Sammartino – rientrato in giunta dopo un anno di sospensione ma tuttora indagato – e non ha mosso ciglio di fronte allo sfacelo che la corrente turistica di Fratelli d’Italia ha provocato al Turismo, sede dello ‘spendi e spandi’ che negli ultimi anni, dal Balilla in giù, i patrioti hanno tramutato in un metodo di governo. E però ha scelto di andare dietro ai diktat del partito di Meloni, che non sanno ancora che punizione infliggere ad Amata, bloccando un rimescolamento che nelle intenzioni avrebbe voluto (potuto?) dare nuova linfa al governo.

Tutto doveva concludersi a marzo. In realtà è tutto fermo da mesi. Il governo non si muove, l’Ars non legifera, e quando ci prova viene respinta con perdite dai franchi tiratori; i partiti non si capacitano di questa stagnazione e qualcuno – escluso dal mercato delle vacche – ha fatto partire accuse al vetriolo contro gli stessi alleati (“Politica da cortile”, ha tuonato Saverio Romano). Schifani, per un attimo, sembrava voler cedere alla tentazione di rimuovere Amata: il film sulla vita di Biagio Conte era stato escluso dal lotto di quelli finanziabili dalla Film Commission, retta da Nicola Tarantino. Ma dopo aver lanciato il sasso – annunciando una verifica – ritirò la mano: sarebbe stato il secondo sgarbo dopo quello inflitto all’ex assessore Scarpinato, con il ritiro in autotutela del provvedimento che assegnava quasi 4 milioni di euro a una società lussemburghese per curare uno shooting fotografico a Cannes (ovviamente senza bando e senza neppure chiedere uno straccio di certificato antimafia).

E’ stato l’unico sussulto d’orgoglio all’interno di una legislatura dove peccati e peccatucci si reiterano fino allo sfinimento. Qualche giorno fa il Movimento 5 Stelle ha presentato una mozione di censura nei confronti di Amata con accuse circostanziate: “La gestione dell’Assessorato al turismo delle ultime due legislature, anche a prescindere da eventuali responsabilità penali, si è rivelata oltremodo opaca, inefficiente ed inadeguata”. Sul progetto “See Sicily”, “è emerso che “solo una minima parte dei fondi” sarebbe stata destinata ai voucher per i turisti, mentre la quota prevalente sarebbe stata assorbita dalla comunicazione. L’intervento è stato inoltre oggetto di un audit con esito “parzialmente negativo”, che ha rilevato “diverse irregolarità con impatto finanziario”, sfociate anche in accertamenti della Corte dei Conti. Analogamente critica la gestione della partecipazione al Festival di Cannes con il progetto “Sicily, Women and Cinema”, finanziato con 3,7 milioni di euro senza bando pubblico, con affidamento diretto a una società con sede in Lussemburgo giustificato da presunti requisiti di esclusività che le verifiche dell’Avvocatura regionale hanno evidenziato essere inesistenti”. A fronte di tutto questo – secondo il M5s – “il presidente della Regione non ha ritenuto opportuno adottare alcun provvedimento a tutela dell’interesse pubblico e dei cittadini siciliani”.

C’è di più. Schifani – risultato fin qui garantista (cosa cambia un rinvio a giudizio nella valutazione dell’operato di un singolo assessore?) – ha firmato l’altro ieri un accordo con RaiCom per la realizzazione di una campagna di comunicazione sulle reti Rai per il biennio 2026/2027. In questi due anni, come si legge in una nota della presidenza – “la Sicilia sarà protagonista di interventi di comunicazione all’interno di vari programmi televisivi, radiofonici e digitali in tutti i canali e le piattaforme della Rai e di eventi sul territorio. Inoltre, il tradizionale programma di fine anno, “L’anno che verrà”, in onda il 31 dicembre in prima serata su Rai 1, nelle due prossime edizioni sarà realizzato e trasmesso da una località siciliana proposta dalla Regione e condivisa con la tv del servizio pubblico. Quest’anno sarà Palermo il palcoscenico dal quale sarà salutato il 2026 e festeggiato l’arrivo del 2027”.

L’operazione vale quattro milioni. Più l’indotto. Nel decreto con cui la Regione avvia la campagna, accanto ai 3 milioni e 856 mila euro destinati all’acquisto degli spazi editoriali sulle reti Rai, compare già un’altra voce assai più interessante: 800 mila euro nel 2026 e altri 800 mila nel 2027 per i “servizi connessi all’organizzazione della trasmissione L’anno che verrà”. E lo stesso decreto precisa che per questa fetta si aprirà una procedura ulteriore per individuare gli affidatari. Insomma, qualcuno penserà alla produzione dei contenuti per conto della Regione. Nuova linfa per i pagnottisti.

Alla luce di tutto questo, a cosa è valsa un’attesa di cinque mesi per capire che fine avrebbe fatto l’Amata? Se il turismo continuerà ad essere presidiato dagli stessi uomini e con le stesse modalità, a cosa sarà valso sacrificare un assessore e aver paralizzato un’azione di governo? Quest’ultima domanda, ovviamente, non esaurisce lo smarrimento degli ultimi mesi. E lo stallo in casa FdI è tornato utile al presidente della Regione per non toccare alcuna pedina, per rimandare la resa dei conti con i partiti, per evitare di esporsi troppo in vista della prossima abbuffata (ci sono sette miliardi d’avanzo: che la legislatura termini con un anno d’anticipo è difficile da prevedere…).

Il rimpasto, inoltre, passa da una completa rimodulazione dei rapporti di forza. Dal ritorno della Dc (osteggiato da FdI e autonomisti), dalla posizione di Forza Italia (che contesta la presenza di due tecnici d’area), dal secondo assessore reclamato da Lombardo (quasi “costretto” a esprimere una donna); dalle sorti della sanità (che piace tanto ai patrioti, nel caso dovessero liberare gli uffici del Turismo). Non è solo uno scambio di deleghe, ma rimettere mano a tutti gli ingranaggi, anche i più delicati, evitando di fare disastri. E’ quasi una roulette russa che fa da preludio al momento più atteso, almeno per Schifani: quello in cui la sua ricandidatura sarà messa sul tavolo della coalizione. Giocare a carte scoperte non ha mai dato grandi frutti, e quindi? Meglio aspettare che a pronunciarsi sia un giudice a Berlino…