Coppole storte e paillettes luccicanti, acidi con cui sciogliere persone e rossetti con cui incorniciare labbra carnose, mitra micidiali e borsette griffate. E niente, davvero non c’è niente da fare: la narrazione della Sicilia resta ancorata a cliché di sicuro effetto per chi è cresciuto nel “mito” di don Vito e Michael Corleone, de “Il Padrino”, capolavoro assoluto di Francis Ford Coppola elevato financo a trattato sociologico senza tempo. D’altronde a chi considera la Sicilia soltanto un enorme luna park in cui divertirsi, lasciando la mancia di un like sui social, non interessano i passi – più di cento – fatti verso un futuro difficile ma possibile, comunque diverso dal passato.
Forse è inevitabile che accada anche adesso per affrescare la festa di nozze di Dua Lipa, popstar iconica al di là del merito artistico, e della di lei marito Callum Turner.
Accade con un lungo reportage del “Telegraph”, che pur sforzandosi di dire e far dire che le cose persino in Sicilia sono cambiate, sempre dai padrini parte. Dai covi mafiosi, con le bellezze barocche che restano sullo sfondo di un film già visto. Forse succede perché in fondo all’estero piaciamo così, noi siciliani sempre in odor di mafia, noi italiani sempre pasticcioni seppur simpatici quando non geniali. Vinciamo l’Oscar con le strade polverose, le donne baffute e a lutto di “Nuovo Cinema Paradiso” e poi con i soldati di “Mediterraneo”, bloccati in un’isola greca tanto sperduta quanto affascinante. Beninteso: film appunto da Oscar, quelli di Giuseppe Tornatore e di Gabriele Salvatores, ma il punto è: perché solo quest’archetipo di italiano è da Oscar?
Così nelle cronache di oggi riesce facile accostare il nome di sir Elton John – atteso da Dua Lipa nello splendore di Villa Valguarnera, sempre difesa dalla prepotenza mafiosa – accanto a quello di Bernando Provenzano, infine scovato in una sudicia masseria a un’ora di strada di Bagheria. E il “campo di sterminio” – testuale – nei pressi del banchetto a chissà quante stelle allestito ieri, fa il paio con l’inviato statunitense che nel ’92, nei tragici giorni di Capaci, pensò di collegarsi con la sua tv da piazza Teatro Massimo indossando nientemeno che un giubbotto antiproiettile. “Scusa, ma che c’entra?”, gli domandammo giovani cronisti impertinenti. E lui serafico: “It’s show”, fa scena. Continua su lasicilia.it


