Ci sono giorni in cui la politica siciliana farebbe bene a chiudere entrambi i portoni: quello di Palazzo d’Orléans e quello di Palazzo dei Normanni. Nel primo ha sede un governo paralizzato dalla ‘questione morale’. Nel secondo si riunisce un Parlamento che non riesce più a votare un provvedimento. In mezzo c’è una maggioranza che resta in piedi per inerzia, con gli assessori sospesi tra processi e tatticismi, i partiti appesi alle decisioni romane e Schifani che, in questo quadro, annuncia con serenità la propria ricandidatura.

Nell’intervista a Libero, il governatore l’ha detto di nuovo: “Mi ricandido”. E ha spiegato perché: serve un “piano decennale” per completare il lavoro, perché “cinque anni non bastano”. Ha rivendicato il disavanzo azzerato, il surplus di bilancio, la crescita degli investimenti, l’aumento dell’occupazione. E ha aggiunto che sul rimpasto si procederà “a breve”. Ma dalla realtà al disegno di Schifani c’è un abisso.

Il primo nodo si chiama Elvira Amata. L’assessora al Turismo, fresca di rinvio a giudizio per corruzione, resta al suo posto, imbullonata alla poltrona, e aspetta che sia Fratelli d’Italia a dirle cosa fare. Il dato più umiliante, per Schifani, è tutto qui: su una questione che investe direttamente il governo, Palermo non decide nulla. Si aspetta Roma. Si aspetta l’arrivo di Arianna Meloni e Giovanni Donzelli, previsto per il 27 aprile a Enna, e si prende tempo almeno fino a quel passaggio. Il rimpasto, che da settimane viene annunciato come imminente, resta fermo al palo.

Questo basta a definire il governo per quello che è diventato: un esecutivo monco. La paralisi del governo si rovescia poi dentro l’Ars, dove il danno diventa pubblico e misurabile. La seduta di martedì doveva affrontare due collegati importanti alla Finanziaria. In aula, però, del governo si è visto quasi soltanto Alessandro Aricò, delegato ai rapporti con il Parlamento e mandato a presidiare una situazione già compromessa. L’assenza dell’assessora competente e il vuoto politico attorno agli interim di Schifani hanno trasformato i lavori in una palude. Dopo circa un’ora e mezza si è fermato tutto. Altra giornata buttata. Altri soldi pubblici spesi per un’Assemblea, delegittimata dal presidente Galvagno (anche lui alle prese con un’indagine per corruzione e peculato) che non produce nulla perché la maggioranza non riesce nemmeno a garantire la presenza.

Da settimane la legislatura vive in un clima di sospensione permanente: rimpasto sì, rimpasto no; dimissioni forse; partiti da riordinare; nomi da sostituire; processi in arrivo. In una parola: immobilismo. Su Fratelli d’Italia, poi, la situazione è persino più grave perché la crisi non riguarda solo il governo, ma l’intero partito. Il commissariamento di Luca Sbardella doveva rimettere in riga i meloniani siciliani. Non ci è riuscito. Se dopo oltre un anno di gestione straordinaria servono Arianna Meloni e Donzelli per ascoltare dirigenti, parlamentari e base, vuol dire che il partito è rimasto dov’era: attraversato dalle stesse correnti, esposto agli stessi scandali, incapace di esprimere una linea perfino quando i suoi uomini più esposti finiscono sotto processo.

E c’è anche un altro dettaglio che pesa. Sul caso Bruzzaniti, a Caltanissetta, FdI si è mossa in poche ore: sospensione cautelativa dopo la conferma dell’interdittiva antimafia per la società di cui il presidente del Consiglio comunale è socio al 20 per cento. Su Amata, invece, tutto è sospeso. Ed è ancora più difficile per il partito continuare a presentarsi come presidio di rigore, se il rigore cambia a seconda del peso politico della persona coinvolta e del danno che la sua uscita può provocare negli equilibri di governo. Molti vorrebbero replicare il modello romano, con Delmastro e Santanchè messi alla porta un secondo dopo l’esito (nefasto) del referendum. Ma da questa parte dello Stretto sia Amata che Galvagno, delegittimato dall’aula, appaiono semi-intoccabili.

Ma se Fratelli d’Italia è nei guai, Forza Italia non sta meglio. Il partito del governatore vive una crisi interna che rasenta il grottesco. Roma ha fermato il congresso siciliano e ha aperto la strada al commissariamento, ma il commissario ancora non c’è. Si sa che Marcello Caruso è sfiduciato da un pezzo della classe dirigente siciliana, si sa che Tajani e Schifani dovranno parlarsi, che i nomi in campo sono diversi – Mulè, Minardo, forse una figura esterna di equilibrio – ma non si riesce a chiudere nemmeno questo passaggio. La Sicilia è diventata il dossier più imbarazzante dei berlusconiani, l’unica regione in cui il partito è stato di fatto “congelato”. E il dato politico è devastante: il presidente della Regione non riesce neppure a contare sull’appoggio dei suoi, mentre continua a presentarsi come il perno naturale della futura coalizione.

È qui che la ricandidatura annunciata a Libero diventa meno un atto di forza e più una fuga in avanti. Schifani dice “mi ricandido”. Tutto legittimo. Ma con quali presupposti politici? Con quali alleati? Con quale partito alle spalle? Schifani può continuare a ripetere che vuole completare il lavoro. Ma prima di pensare al 2027 dovrebbe riuscire a chiudere qualcosa nel 2026: un rimpasto, una seduta d’aula, qualsiasi cosa. Perché la verità, oggi, è molto più semplice della propaganda: in Sicilia nessuno sta preparando il bis. C’è solo una maggioranza che non riesce nemmeno a governare il presente.