Caro direttore, eccoci qui. Come sta? Io mi ero un po impigrito. Non succedeva nulla che valesse l’abbandono del mio dolce torpore. Certo lei mi potrebbe dire: ma la vicenda di Mondello dove la metti?

Per carità, per un verso non mi sento di darle torto, se si riferisce alle amenità che sin dal primo momento hanno caratterizzato la vicenda e che certamente avranno destato la sua ilarità, così come la mia. È stata una gara tra chi era in grado di spararla più grossa. Quanti di questi conoscono la questione dal punto di vista giuridico? Direi nessuno, ma per venirle incontro, le dico pochi, davvero molto pochi. Epperó, parlano tutti e sono nella condizione anche di potere criticare, persino i provvedimenti dei giudici. Direttore, non sono come lei e me, possiedono il dono del verbo e hanno l’autorevolezza di potere dire tutto ed il contrario di tutto. Io non possiedo il verbo e francamente non ho neppure l’autorevolezza ed è per questo che mi taccio. Pur avendo questa consapevolezza c’è, però, una notizia di queste ore su cui una parolina la vorrei spendere.

Ho sentito che Marcello Caruso è stato promosso sul campo. Da commissario regionale di Forza Italia ad Assessore regionale e niente di meno, assessore alla sanità.

Direttore, che le posso dire? Io sono fiducioso, ha dimostrato in passato di possedere capacità che non hanno eguali negli incarichi che ha rivestito, anche se, per senso di responsabilità, il più delle volte si è dimesso anzitempo. C’erano difficoltà, per carità, ma all’assessorato alla sanità sarà diverso, sarà una passeggiata. È un settore che conosce a mena dito ed in cui si è mosso sempre con grande familiarità. Così, mi pare di ricordare, almeno.

Una cosa è certa, allo stesso modo in cui ha fatto il commissario del partito, farà l’assessore.

“Pupi siamo, caro Signor Fifì! Lo spirito divino entra in noi e si fa pupo. Pupo io, pupo lei, pupi tutti” diceva Pirandello nel berretto a sonagli. “Perché ogni pupo signora mia, vuole portato il suo rispetto, non tanto per quello che dentro di sé si crede, quanto per la parte che deve rappresentar fuori”. Mitico Pirandello.

Nominare Marcello Caruso assessore alla sanità, è come nominare me direttore tecnico di un istituto di ricerca nucleare.

Le posso dire? Le sembrerà strano, ma se c’è uno in questa vicenda che salvo è Renato Schifani.
Il suo culto per l’amicizia e per la fedeltà dei suoi attaché – (di cui invece dovrebbe imparare a dubitare; non è mai troppo tardi) – è commovente, perché va oltre la ragione. Non è un atto di arroganza, ma è frutto, mi creda, dell’abilità di Marcello Caruso di saper vendere un “cannistru vacante”. A turno ci siamo caduti tutti, io, Musotto e persino Gianfranco Miccichè. L’arroganza non è di Renato Schifani, che gli vuole bene e crede davvero che possa fare bene, ma di questo parasacchi (nel significato messinese del termine), che non esita a mettere in difficoltà il suo mentore, pur di soddisfare il suo ego, che è come il pendolo che oscilla tra la noia e il dolore, noia per il traguardo appena raggiunto e il dolore per quello che ancora non ha. Sia fiducioso, direttore, abbiamo una speranza: c’è una linea sottile tra ambizione e coraggio. Attraversarla, a volte, è pericoloso e significa anche saper rinunciare. E Caruso, in questo, non ha mai deluso.