Schifani non riesce a portare a casa le riforme e rischia di vedere inceppata anche la macchina del consenso pre-elettorale. Il rimpasto doveva rimettere ordine, ma all’Ars il centrodestra continua a muoversi come prima: senza una linea comune e senza nemmeno la forza di difendere le norme che propone. E adesso, mentre la legislatura entra nell’anno decisivo, anche ciò che di solito tiene insieme le maggioranze siciliane – posti, stabilizzazioni, mance per i territori – non appare più al riparo.
La scena di mercoledì a palazzo dei Normanni restituisce bene il punto. Mentre in Aula giuravano i nuovi assessori Marcello Caruso, Elisa Ingala e Nuccia Albano, in commissione Affari istituzionali la maggioranza continuava a perdere pezzi. Il pacchetto sugli enti locali si è fermato ancora una volta: è saltata la norma sul consigliere supplente, si è arenata quella che avrebbe consentito ai sindaci di nominare un assessore in più, ed è stata bocciata anche la riproposizione del terzo mandato nei Comuni fino a 15 mila abitanti. Più che la forza delle opposizioni, a pesare sono stati i veti interni.
È un dato politico pesante, perché arriva nel momento in cui Schifani avrebbe avuto bisogno dell’effetto contrario. Dentro questo vuoto si sono infilate le opposizioni, che hanno capito dove colpire. Il Pd ha portato in commissione una norma che blocca fino alla fine del 2027 le assunzioni, negli enti e nelle società collegate alla Regione. È una misura già sperimentata alla fine della scorsa legislatura e nasce con un obiettivo dichiarato: evitare che i “carrozzoni” diventino il luogo naturale della campagna elettorale. La proposta di Antonello Cracolici è passata con voti trasversali. E questo, più ancora del testo, racconta il clima.
Le avvisaglie, del resto, ci sono tutte. Tra i forestali si annunciano migliaia di pensionamenti entro la fine del 2027. Nei Consorzi di bonifica circolano voci su nuovi concorsi. Alla Seus riaffiora periodicamente il tema dei reclutamenti. Nelle partecipate la Cgil denuncia da mesi il rischio di selezioni opache, bandi ritagliati, assunzioni discutibili. Sono stati citati i casi della Sas, dell’Ast, dell’Istituto zooprofilattico, del Cefpas, dove i concorsi sono stati sospesi dopo le contestazioni sindacali.
Il punto è che stavolta il meccanismo rischia di non scorrere in silenzio. La norma anti-assunzioni dovrà passare dall’Aula e lì può succedere di tutto. Può essere modificata, annacquata, affondata. Può arrivare il voto segreto, che all’Ars non è mai un dettaglio procedurale ma il luogo in cui gli scontenti si vendicano. Se il blocco dovesse reggere, Schifani perderebbe un pezzo di margine nell’anno più delicato. Il Movimento 5 Stelle, inoltre, ha fatto passare in commissione anche la norma sull’incompatibilità tra cariche politiche e vertici della sanità. L’obiettivo è impedire che direttori generali, direttori sanitari e amministrativi di Asp e ospedali possano cumulare quegli incarichi con ruoli da sindaco, assessore o consigliere (com’è accaduto con Croce, assessore a Giardini Naxos e Dg dell’Asp di Trapani fino allo scandalo dei referti istologici).
Ma Schifani ha ancora una carta da giocarsi: l’avanzo d’amministrazione. Il governatore ha bisogno di ricomporre i rapporti nella coalizione e l’unico terreno su cui può provare a farlo è quello delle risorse. Il risultato di amministrazione della Regione supera i sette miliardi; l’avanzo disponibile indicato da Palazzo d’Orléans è sopra quota cinque. È la materia prima dell’ultimo anno: opere, contributi, misure per categorie, interventi nei territori da trasformare in consenso. Ma anche questa partita, senza una maggioranza vera, può diventare ingestibile. Perché ogni deputato vorrà la propria quota, ogni corrente la propria garanzia.
Schifani, però, non deve soltanto tenere insieme gli alleati. Deve capire se il suo partito lo considera ancora il candidato naturale. L’intervista di Nino Minardo a ‘La Sicilia’, di ieri, dice molto proprio perché dice poco. Il nuovo commissario spiega che “la Sicilia continuerà a essere guidata da Forza Italia”. Non dice che sarà guidata da Schifani. La differenza è sostanziale.
Forza Italia sostiene Schifani, lo difende quando serve, ne rivendica i risultati (soprattutto economici) e invita la coalizione a supportare il governo. Ma non gli consegna la ricandidatura. Il partito, qualche settimana fa, gli ha già tolto la segreteria regionale, affidandola a Minardo. Adesso vorrebbe tenerlo in bilico, fino a farlo consumare da solo (?). Se Schifani riuscirà a rimettere ordine, spendere bene l’avanzo, tenere la coalizione e arrivare al voto da presidente forte, nessuno potrà ignorarlo. Se continuerà a inciampare, il partito penserà a un piano B.
Il rimpasto che doveva servire a rilanciare il governo, per ora ha mostrato solo quanto sia fragile.



