La richiesta di patteggiamento di Totò Cuffaro a tre anni di servizi sociali è il promemoria che mancava al rimpasto di Schifani: la questione morale, alla Regione, non è stata risolta. L’ex presidente della Regione è accusato di corruzione e traffico di influenze per il concorso di Villa Sofia, per le nomine nella sanità e per presunti illeciti legati a un appalto dell’Asp di Siracusa. I suoi legali hanno proposto un risarcimento di 7.500 euro a Villa Sofia e altri 7.500 all’Asp aretusea; la Procura ha dato parere favorevole; il gup deciderà il 15 maggio. Non è una condanna, ma è abbastanza per dire che la favola della persecuzione non regge più.
E infatti stride, oggi più di ieri, il ritorno di Nuccia Albano all’assessorato regionale alla Famiglia, al Lavoro e alle Politiche sociali. Appena rientrata in giunta, l’assessora della Dc ha spiegato che il suo partito sarebbe stato “vittimizzato”, investito da un ciclone giudiziario dentro cui “moltissime cose non stavano in piedi”. Tutti i partiti, ha aggiunto, hanno “qualche neo”. Come se fosse una questione estetica. Come se il problema fosse una macchia sul vestito e non il modo in cui, secondo gli investigatori, pezzi dell’amministrazione regionale venivano trattati come terminali di partito.
Il punto non è Albano in sé, ma l’assessorato che tornata a guidare. Via Trinacria non è stata un luogo qualunque nell’inchiesta. Secondo gli atti citati dai giornali, Cuffaro era di casa all’assessorato alla Famiglia. Tramite Vito Raso, coordinatore della segreteria particolare dell’assessora e suo storico fedelissimo, avrebbe utilizzato quegli uffici per incontri, relazioni, contatti, gestione di pratiche e consolidamento del consenso. I carabinieri del Ros descrivevano una “attenzione ossessiva” verso le attività amministrative dell’assessorato: bandi, concorsi, assunzioni, dossier politicamente sensibili. Com’è stato possibile?
Il passaggio più grave riguarda i bandi. Secondo l’accusa, Raso sarebbe venuto a conoscenza in anteprima degli avvisi dell’assessorato anche grazie all’allora dirigente generale Letizia Di Liberti, poi sospesa da Schifani perché indagata nella stessa inchiesta. Cuffaro, nelle carte, avrebbe chiesto che prima della pubblicazione, i bandi venissero mandati “a tutti i nostri amici”. Con una mailing list di “30/40 cristiani”. È la frase che da sola basta a spiegare il cortocircuito: l’amministrazione come anticamera del consenso, il bando pubblico come informazione riservata.
Poi c’è la sanità, l’altro grande buco nero della legislatura. L’inchiesta su Cuffaro lambisce il sistema delle nomine, dei manager, dei concorsi, degli appalti. Live Sicilia, già a novembre, aveva ricostruito l’“attualissimo potere di influenza” attribuito dai pm all’ex governatore nella scelta dei vertici sanitari, citando anche un pranzo organizzato nella sua casa di campagna con dirigenti della sanità regionale e manager del settore. Il nome dell’allora assessora Daniela Faraoni è spuntato nella stessa cornice investigativa: la sua posizione, iscritta per abuso d’ufficio, è stata archiviata perché quel reato è stato cancellato dal codice penale. Sul piano giudiziario, dunque, nulla resta a suo carico; sul piano politico, però, resta l’immagine di una sanità continuamente attraversata da pressioni e lottizzazioni.
È qui che il rimpasto mostra tutta la sua ipocrisia. Schifani ha tenuto ferma la giunta per quasi sei mesi, poi ha richiamato la Dc, ha riportato Albano alla Famiglia, ha mandato Marcello Caruso alla Sanità e ha lasciato intatti gli altri nodi. Elvira Amata, assessora al Turismo di Fratelli d’Italia, è stata rinviata a giudizio per corruzione: il processo comincerà il 7 settembre. Luca Sammartino, vicepresidente della Regione e assessore all’Agricoltura, resta anche lui dentro un procedimento per corruzione, con il processo riacceso dopo la decisione della Consulta sull’utilizzabilità delle intercettazioni. La formula ufficiale è sempre la stessa: garantismo.
Il garantismo, però, non può servire a neutralizzare ogni responsabilità politica fino al terzo grado di giudizio, soprattutto quando si parla di assessorati che gestiscono soldi e potere. Ma anche la salute dei cittadini. La presunzione d’innocenza vale nei tribunali, ma a responsabilità politica vive in un altro spazio: quello dell’opportunità, della credibilità, della fiducia nelle istituzioni. E in Sicilia questo spazio è stato occupato da una rimozione collettiva.
La richiesta di patteggiamento di Cuffaro, se accolta, non dimostrerà da sola che un intero sistema è colpevole. Ma rende impossibile continuare a raccontare che il problema non esista. Perché il problema è esattamente lì: nei faccendieri che si infiltrano nei palazzi del potere; nelle raccomandazioni da quattro soldi (persino per le stabilizzazioni, i candidati chiedevano di conoscere le domande del colloquio in anticipo); nel presidente della Regione che invoca il decoro ma poi si ferma sempre davanti alla casella giusta. Albano può anche dire che la Dc è stata vittimizzata. Ma via Trinacria racconta un’altra storia. E il ritorno dell’assessora alla Famiglia non somiglia a una riparazione bensì alla conferma che, alla Regione, la questione morale non è un criterio di governo. È un intralcio da superare.



