Totò Cuffaro ha chiesto di patteggiare tre anni. Da quel momento, per la Democrazia Cristiana siciliana, è cambiato tutto: perché sul piano politico si chiude la stagione dell’attesa, dell’ambiguità, della difesa a oltranza. L’ex presidente della Regione, indagato per corruzione e traffico di influenze, ha scelto di non affrontare fino in fondo il processo. Ha preso un’altra strada. E quella strada lascia il suo partito davanti a un bivio: riorganizzarsi senza di lui o disperdersi.
Per anni la nuova Dc siciliana è stata Cuffaro. Era lui a tenere insieme deputati, amministratori, dirigenti locali, reduci dello scudo crociato e giovani ambiziosi (alimentati a suon di scuole di formazione e feste dell’amicizia). Era lui il punto di mediazione con Schifani e il garante di un partito che aveva ricominciato a pesare nei territori, a muovere consenso, trattare posti. Adesso quell’equilibrio non c’è più.
La coincidenza temporale rende tutto più pesante. La Dc era appena rientrata nel governo regionale, dopo mesi di gelo e trattative. Schifani, che il 10 novembre aveva revocato Nuccia Albano e Andrea Messina, ha riportato proprio la stessa Albano all’assessorato alla Famiglia. Il problema, per la Dc, è che il rientro in giunta non basta a garantirle un futuro. Anzi, rischia di essere l’ultimo dividendo incassato grazie al peso di Cuffaro. La domanda, infatti, è un’altra: chi tiene insieme quella comunità politica? Chi decide la linea? Chi tratta con gli alleati? Chi impedisce ai deputati e agli amministratori di cercarsi un’altra casa prima che sia troppo tardi?
Dentro il partito, infatti, la guerra è già (ri)cominciata. Stefano Cirillo, reintegrato dal tribunale di Roma dopo il provvedimento di espulsione firmato dal segretario nazionale facente funzioni Giampiero Samorì, rivendica un ruolo pieno nella guida siciliana. Samorì lo ferma: Cirillo, dice, è stato reintegrato come semplice iscritto, non come segretario regionale, avendo rinunciato alla richiesta di tornare in quella carica. È una disputa tecnica solo in apparenza. In realtà racconta un partito che, nel momento in cui dovrebbe mostrarsi compatto, litiga sulla titolarità del comando.
La dirigenza siciliana prova a resistere con le parole. Cirillo, Laura Abbadessa e i segretari provinciali respingono l’idea di una Dc “in svendita” o destinata a una diaspora. Scrivono che “la Democrazia Cristiana non appartiene a un singolo uomo” e che continuerà il proprio percorso. Ma qualcuno già da tempo ha cominciato a guardarsi intorno.
La prima ipotesi è la Lega di Luca Sammartino: in questi mesi una parte del mondo democristiano ha coltivato un rapporto con l’area leghista (c’era anche un’idea di federazione, sancita a Ribera dalla presenza di Claudio Durigon), anche per affinità di metodo più che di dottrina. Ignazio Abbate ha provato a muoversi in quella direzione, ma la mossa non è stata premiata: nel rimpasto è rimasto fuori, anche perché la coalizione non ha considerato spendibile quel riposizionamento mentre la partita della Dc era ancora aperta. Resta il fatto che il Carroccio siciliano offre una struttura, un simbolo nazionale e una sponda già organizzata. Per chi vuole salvare il proprio spazio, può diventare una soluzione.
L’altra ipotesi è Sud chiama Nord di Cateno De Luca. Questione, più che altro, di sopravvivenza. De Luca ha costruito un contenitore, personale, capace di assorbire amministratori e candidature in cerca di un veicolo. Per una parte della Dc, soprattutto se la sigla dovesse perdere forza, potrebbe diventare una scialuppa. La terza strada è la più probabile e la meno dichiarata: una dissoluzione lenta e inesorabile, poiché priva di altri sbocchi praticabili.
La richiesta di patteggiamento di Cuffaro ha tolto alla Dc l’ultimo alibi. Finché il processo restava davanti, il partito poteva vivere nell’attesa, separare formalmente il leader dalla sigla, sostenere di essere vittima di un clima ostile. Adesso la linea difensiva si restringe. Cuffaro può difendersi nelle sedi giudiziarie come ritiene. Ma la politica ha già ricevuto il suo messaggio: il vecchio capo non può più essere il futuro.
A Schifani resta in mano la contraddizione. Ha voluto chiudere il rimpasto riaprendo alla Dc, ma il caso Cuffaro gli è tornato addosso prima ancora che la nuova giunta prendesse davvero fiato. Ha richiamato Albano alla Famiglia, proprio nell’assessorato che le cronache giudiziarie hanno descritto come uno dei luoghi sensibili dell’influenza cuffariana. Ha chiesto discontinuità e poi ha accettato la continuità più riconoscibile. Il risultato è che la questione morale, invece di uscire dalla porta, è rientrata dalla finestra.
La Dc, invece, deve scegliere. Può restare in piedi, ma solo se diventa davvero altro rispetto al partito di Cuffaro. Può cercare riparo altrove, salvando uomini e pacchetti ma rinunciando alla propria autonomia. Oppure può continuare a proclamare resistenza mentre i suoi pezzi si preparano alla migrazione. La formula più comoda è dire che la Dc non appartiene a un singolo uomo. La verità più scomoda è che, in Sicilia, senza quell’uomo la Dc non esisterà mai più.



