Non più mesta accanto al fuoco. Come la Cenerentola di Rossini, la Sicilia ormai ha imboccato la strada della programmazione e dello sviluppo. Così dice Schifani che da quattro anni ne è il presidente. E che secondo il sondaggio di SWG risulta ultimo tra i presidenti di regione in Italia. Dato su cui sorride per la palese per lui, inattendibilità. Un’immagine positiva sostituisce e tenta di correggere la realtà e le sue contraddizioni.

Se si guarda alla statistica elaborata dall’Istat sui redditi, la Sicilia ristagna in fondo insieme alle altre regioni meridionali. Come prima, peggio di prima. Mentre sono incoronate principesse Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Che speciali non sono. Il cui statuto non è oggetto di celebrazioni, per fortuna contenutissime, senza feste e gloria immaginaria. Insomma, da una parte ci sono duri dati di realtà. Dall’altra l’ottimismo di chi si è impegnato in un’impresa tanto ardua. E vorrebbe che tutti ne riconoscessero impegno e fatica. Sognando un quadro come quello di Pelizza da Volpedo. Con masse dignitose e severe che incedono gridando: “Bene, bravo, bis”.

Purtroppo, i dati sono crudeli. E dunque vanno contestati. Come fece a suo tempo Orlando, sindaco di Palermo: il quale osservò convintamente che Sondrio non poteva venire prima della sua e nostra città. Come era invece nella classifica del Sole sulla qualità della vita. Ecco, se la realtà non ci piace, che si adegui ai nostri legittimi desideri.

L’immagine della Sicilia forse non è più quella ormai storica del Principe di Lampedusa. Di una vecchia stolida portata in giro in carrozzella, riluttante verso la modernità. E però non è bella lo stesso. Prevalgono il consumismo e le seduzioni che esso suscita. Ma lo sviluppo stenta a fornire una società avanzata, in cui ci sia lavoro per tutti, in cui le competenze e il merito vengano premiati. Vero, i conti sono in ordine. Ed è gran merito. Ma gli investimenti stentano. Le opere impiegano tempi troppo lunghi. Il territorio frana e si scompone con scarsa manutenzione. La sanità arranca con mille problemi e poche soluzioni. Eppure, il presidente Schifani rifiuta di interrompere la sua esperienza di governo. Intende durare fino alla fine: consapevole che potrebbe venirgli meno il consenso. Ma per ora ritiene di averlo. E perciò va avanti anche se a qualcuno possa sembrare inutile.

Non a lui che non molla il ruolo che gli è stato affidato. E celebra l’anniversario di uno Statuto invecchiato e spesso tradito, con un incontro con i giovani. Quelli che sono rimasti. Che non hanno lasciato la Sicilia. Questa Cenerentola divenuta se non principessa, almeno baronessa come il Magnifico papà. Grazie ad un’autonomia che Repubblica chiede di sapere se fu opportunità mancata. Diremmo che fu anche peggio. La dimostrazione che siciliani non siano adatti a governarsi da soli. Che scarsamente l’autogoverno ad essi si addica. Come da interessata visione di forze economiche e territoriali che oggi raccattano pochi voti anche qui. Occorre la forza dello Stato e dell’Unione Europea, notevoli risorse dall’ esterno. Non sprecate anche quando affluiscono. Sempre meno di quelle necessarie e previste vanamente dallo Statuto stesso all’art.38 proprio per compensare i redditi più bassi. E quando ci sono le risorse, non si riesce a spenderle in tempo senza disperderle. Prevale lo scetticismo. E la fuga dalle responsabilità di lottare per un’ideale. Che fu a suo tempo dei più vigili e volenterosi patrioti e resistenti. Quello di una Sicilia speciale in quanto finalmente capace di sviluppo, di investimenti, di lavoro. Un ideale ancor più valido oggi che la politica si è indebolita e l’autonomia sembra sfiorita. A prescindere dai governi che si susseguono. E dai modesti favori che si elargiscono.