Garlasco ormai non è più solo un delitto. È diventato un pozzo maleodorante, avvelenato da esposti, sospetti, vendette e guerre personali.
Ieri un’altra puntata di questa battaglia infinita: Stefania Cappa ha denunciato l’avvocato Antonio De Rensis per istigazione alla diffamazione. Secondo lei avrebbe influenzato giornalisti e trasmissioni televisive per trascinarla nel fango mediatico.
Ma poche ore dopo è arrivata la controffensiva. De Rensis ha sganciato una bomba: ha raccontato che Stefania Cappa, quando ancora nessuno sapeva ufficialmente del suo ingresso nella difesa di Alberto Stasi, lo avrebbe contattato proponendogli alcuni convegni al CONI.
Non è corruzione, certo. Ma resta una domanda pesante: chi aveva avvisato la Cappa che De Rensis stava per entrare nella squadra difensiva di Stasi? E perché quel tentativo di avvicinamento?
Intanto la stessa Cappa, per raccogliere materiale contro De Rensis, si sarebbe rivolta a un’agenzia investigativa privata, allegando telefonate e documenti che le sarebbero stati forniti da una ex collaboratrice di FarWest.
Una persona che veniva pagata da noi, ma che oggi sembra usare presunte rivelazioni e retroscena per inseguire qualche briciola di notorietà prima di sparire nell’oblio.
E allora viene da chiedersi: che fine ha fatto la verità?
Perché nel giallo di Garlasco ormai non conta quasi più capire chi ha ucciso Chiara Poggi. Non conta più sapere se Andrea Sempio sia colpevole o se Alberto Stasi sia innocente.
Questa storia è diventata un campo di battaglia tra avvocati, procure mediatiche e personaggi in cerca d’autore.
E le comparse, ormai, hanno rubato la scena al dramma vero.




