C’è una cosa che il delitto di Garlasco ci ha insegnato in questi diciotto anni: in Italia i grandi casi criminali, prima o poi, smettono di appartenere ai magistrati e finiscono nelle mani dei narratori.
Oggi il caso Chiara Poggi non divide più soltanto innocentisti e colpevolisti. Divide due tifoserie emotive, due modi di stare in televisione, due linguaggi incompatibili. Il bruzzonismo. E il derensismo.
Due correnti. Due religioni mediatiche. Due caratteri opposti che si alimentano a vicenda come il caldo e il temporale. Roberta Bruzzone è il volto dell’intransigenza. Antonio De Rensis quello del dubbio raccontato sottovoce.
Lei entra in studio come un tornado: la mascella serrata, lo sguardo cattivo che nulla lascia all’indulgenza, il tono da interrogatorio permanente. Lui invece sembra un giocatore di poker, un diplomatico che prima del ricevimento nasconde il coltello nel taschino. Sorride. Inclina la testa. Accarezza le parole prima di usarle come lame affilate.
Ed è forse proprio questa incompatibilità scenica ad aver trasformato Garlasco in una serie infinita. Il bruzzonismo nasce da una cosa semplicissima: la mancanza di dubbi. La Bruzzone ha modi spicci, se qualcuno non gli piace lo chiama “soggetto”, parla come chi ha già visto il finale del film e non ha alcuna intenzione di perdere tempo fingendo suspense per educazione. Quando interviene sul caso Garlasco usa parole nette, definitive, quasi militari.
La nuova indagine della procura di Pavia? Una perdita di tempo. Le piste alternative? Fuffa. Andrea Sempio? Un capro espiatorio “mostrificato” all’eccesso. Su quella scena del crimine, per lei, c’era e resta soltanto Alberto Stasi. Non importa se qualche indizio faccia pensare il contrario, se in studio con lei ci siano avvocati, giornalisti o consulenti che tentano di smentirla. Lei non discute: confuta. Il bruzzonismo vive di attacchi frontali, sarcasmo chirurgico, repliche velenose affidate ai social e alle telecamere.
Negli ultimi mesi ha litigato con mezzo mondo: con le Iene, con FarWest, con Ore 14, con giornalisti, altri criminologi, perfino con chi osava mettere in dubbio la gestione di certi audio spariti dal dibattito pubblico.I suoi estimatori la adorano perché non le manda a dire. Per molti telespettatori è l’ultima diga contro il mercato delle suggestioni: la donna che non si lascia sedurre dai misteri prefabbricati e dalle piste costruite per fare share, anche se questo la rende impopolare o oggetto di attacchi odiosi.
Ma i detrattori la leggono all’opposto. Dicono che trasformi ogni dibattito in un ring. Che il suo stile aggressivo schiacci il dubbio invece di analizzarlo. C’è chi ha messo in discussione perfino il suo curriculum, chi la accusa di avere la querela facile, le famose “sedi opportune”, chi sostiene che utilizzi i social come una clava . Perché il bruzzonismo non si limita alla tv. Vive soprattutto online. Posta testi che sembrano scritti – a volte – con l’intelligenza artificiale. Non perde tempo con gli haters. Colpisce. Percula. Quelli che le stanno più antipatici li blandisce sui social, blocca i commenti e poi si ritira. E’ un po come quei generali che sparano dalle mura e subito dopo si chiudono nella loro fortezza.
Attorno a lei si è formata una piccola comunità di fedelissimi. Personaggi che rilanciano ogni suo post, presidiano le dirette, combattono i detrattori come crociati digitali. Demma, Quaglia, Ingrosso: nomi sconosciuti al grande pubblico ma che germogliano nel sottobosco del garlaschismo mediatico. Avvocaticchi, giornalisti di terza fila, youtuber senza gloria che lei ha tirato fuori dall’anonimato e ha elevato al rango di guardiani del verbo bruzzoniano.
Passano le serate a ritwittare i suoi post, a fare dirette viste da quaranta persone ma vissute come il Concilio di Trento, a irridere chiunque non sia del loro giro, la giornalista del Giornale Rita Cavallaro è uno dei loro obiettivi preferiti. Non tradirebbero mai la loro sacerdotessa. Al massimo tradirebbero qualcun’altro per lei. Come quella ex collaboratrice di FarWest che, convinta di essere dentro una missione morale. Registrava fonti, autori, salvava screenshot delle chat di redazione e raccoglieva materiale per Roberta e per le gemelle Cappa, per poter dimostrare che De Rensis pilotasse testimoni e notizie.
Cacciata da “Quarto grado” per approdare a “Farwest” è riapparsa a Quarto Grado per togliersi la maschera e rivelare fiera di essere un’agente infiltrato del bruzzonismo militante, la schiena dritta di un giornalismo inginocchiato ai piedi della difesa Stasi. Credeva che il suo “esposto” e il “tradimento” consumato ai danni della sua redazione le avrebbero regalato un po di visibilità e forse un po di gloria. Quarto grado l’ha scaricata dopo due puntate. Le sono rimasti certi salottini semi-deserti di YouTube dove sempre un po alterata per qualche giorno ha insultato i suoi ex colleghi o ha insegnato agli altri ospiti la vita e il mestiere. Il pubblico ha capito il suo gioco – chi tradisce non è mai un eroe – e in ogni anfratto in cui è comparsa l’ha seppellita di insulti. Perfino Bruzzone, quando l’ego della ragazza ha iniziato a debordare , sembra averla abbandonata al suo destino.
Perché anche il bruzzonismo, come tutte le religioni mediatiche, vive di appartenenza ma pure di epurazioni. E’ l’ultimo avamposto contro le fake news, che pure su Garlasco non sono mancate. E’ un’indagine su cui, va detto, montagne di sciocchezze sono state davvero raccontate. Sensitivi. Piste improbabili. Supertestimoni. Teorie deliranti che sono arrivate perfino a colpire e a ferire la famiglia di Chiara. Sul web si è letto di tutto in questi mesi, un freno bisognava anche metterlo. Ma da qui a sostenere come fanno “i bruzzoniani” che perfino l’indagine della procura di Pavia è l’inchiesta di un gruppo di visionari, ce ne corre. Bisogna separare il grano dal loglio. E il bruzzonismo su questo deficita. Nel dibattito si propone proprio come “antidoto ai cazzari”, per dirla alla Travaglio. Cazzari sono gli “stasipiattisti del web”, gli inventori di bufale, e cazzari secondo questo schema, devono essere pure i magistrati e i carabinieri di Moscova che li aiutano.
In tutto questo c’è il rapporto ambiguo con le gemelle Cappa. Non si è mai capito fino in fondo quale sia il ruolo ufficiale di Roberta: consulente? amica? portavoce? Di certo, quando Stefania o Paola vogliono mandare un messaggio al mondo, spesso passano da lei. “Ho sentito Stefania.” “Mi sono confrontata con lei.” “Lei è distrutta.” Frasi che ormai sembrano formule rituali. Il tempo, forse, ci svelerà l’arcano.
E poi c’è il derensismo.
Che è una forma molto più sofisticata di seduzione mediatica. Antonio De Rensis non occupa la scena: la conquista lentamente. Non alza quasi mai la voce. Non teatralizza. Non sembra mai davvero arrabbiato. Eppure riesce a destabilizzare interi studi televisivi con una frase pronunciata sottovoce. “Veda, dottor Sottile…” . Ed è proprio dopo quel “veda” che di solito parte l’affondo. I suoi sostenitori lo vedono come il difensore paziente di un ragazzo, ormai diventato uomo, vittima di un gigantesco errore giudiziario. Amano il suo stile felpato, il tono apparentemente mite, quella maniera di lasciare sempre aperta una porta. È un seduttore che si compiace di esserlo. Ma anche lui ha i suoi detrattori. Dicono che non faccia più l’avvocato ma il personaggio televisivo. Che passi più tempo nei talk show che nelle aule di tribunale. Che abbia trasformato Garlasco in una serie a puntate fatta di suggestioni, allusioni, mezze frasi e piste fumose. Le gemelle Cappa lo accusano addirittura di avere “indottrinato” giornalisti e conduttori per trascinarle nel fango mediatico, ricoprendole di sospetto attraverso una narrazione tossica. Per questo lo hanno querelato. Ma lui sorride. “Sfido qualunque conduttore da cui sono stato ospite a dire se io l’ho in qualche modo influenzato”, dice. E nel frattempo rilancia.
L’altra sera, commentando la querela di Stefania Cappa, ha raccontato che fu proprio lei a telefonargli anni fa — quando nessuno ancora sapeva che sarebbe diventato l’avvocato di Stasi — per proporgli “prestigiosissimi” convegni al CONI. Era un tentativo di avvicinamento? Lui non lo dice. Nemmeno lo insinua apertamente. Racconta l’aneddoto e poi lascia che sia il pubblico a completare il quadro. Ed è qui che vive il derensismo: nel non detto. Le televisioni se lo contendono perché De Rensis – che a me, giuro, non ha mai dato una notizia – possiede una qualità rarissima: sa affabulare. Non urla mai davvero. Sorride mentre spara. È il gentleman della fucilata. E questa cosa fa impazzire il pubblico dei talk show, sopratutto quello femminile. Perché De Rensis riesce a dire le cose peggiori con la grazia di uno che ti sta offrendo un tè. Ti colpisce ma con il galateo in mano. Ti massacra quasi chiedendo scusa.
Mentre il bruzzonismo chiude, il derensismo apre.
Ogni sua apparizione contiene un non detto, una promessa implicita, un dettaglio lasciato lì apposta perché il pubblico ci costruisca sopra una teoria. E forse il dettaglio più affascinante di questa storia è che il bruzzonismo e il de rensismo quasi mai si manifestano insieme. Sono l’alfa e l’omega della comunicazione giudiziaria italiana.Due mondi incompatibili. Due modi opposti di abitare il dubbio.
Quando si sono incrociati negli studi televisivi Rai — ai tempi in cui la Bruzzone giurava che non avrebbe mai messo piede a Quarto Grado — l’atmosfera sembrava quella di un western in cui due pistoleri entrano nello stesso saloon fingendo di non guardarsi. Hanno interagito con il freno a mano tirato. Forse per rispetto del conduttore. Forse perché entrambi si detestano cordialmente. Che è la forma più sofisticata dell’odio.
Oggi la Bruzzone — diventata presenza fissa proprio a Quarto Grado — è convinta più che mai che Alberto Stasi sia colpevole. Per lei il caso è stato raccontato male ma deciso correttamente. A De Rensis dedica qualche frecciatina e qualche post velenoso. Lui invece continua a ripetere che punta “alla testa del serpente”. Nell’immaginario collettivo quella testa sembra proprio corrispondere alle sembianze di Roberta Bruzzone. Ma lui, elegantemente, non lo dice mai fino in fondo. Si ferma un attimo prima, si limita ad ammiccare.
Il derensismo vive del contrario del bruzzonismo: del messaggio cifrato e dell’erosione lenta della certezza.E bisogna riconoscergli un merito enorme. Antonio De Rensis è riuscito in qualcosa che sembrava impossibile: comunque la si pensi su Garlasco è stato abile a comunicare, a insinuare nell’opinione pubblica il dubbio che Alberto Stasi possa essere innocente. Non più il “biondino dagli occhi di ghiaccio” raccontato nei primi anni del processo. Non più il fidanzato freddo e quasi algido uscito da un thriller nordico. Ma il paradigma di qualcosa che terrorizza gli italiani molto più di un delitto: l’errore giudiziario.
Ed è qui che il derensismo ha vinto culturalmente. Perché ha trasformato Stasi da imputato a simbolo. Da possibile assassino a possibile vittima del sistema.
Nel frattempo il bruzzonismo ha fatto l’operazione opposta: difendere la solidità delle sentenze, respingere il sospetto permanente, opporsi alla trasformazione della giustizia in fiction a puntate, immolarsi alla causa di un giornalismo impermeabile al de rensismo che secondo lei ormai infesta ogni pertugio dell’informazione.
Per questo il loro scontro ormai va oltre Garlasco.Conta poco, quasi nulla, stabilire se Alberto sia innocente o se Andrea Sempio sia colpevole. La loro è una guerra di idee. Ma anche di ego. Di visione del mondo. Di principio. Da una parte chi pensa che il dubbio infinito distrugga la verità. Dall’altra chi pensa che senza dubbio la verità diventi regime. E nessuno dei due mollerà mai. Perché il bruzzonismo e il de rensismo sono due modi italiani di guardare il crimine, la giustizia e perfino la vita.
E intanto Chiara Poggi resta lì. Ferma dentro questa storia infinita. Come noi. In attesa di una verità che dopo diciotto anni potrebbe ancora cambiare.Ma che ormai sembra diventata il trofeo finale di questa guerra di idee. La bandiera che conquisterà chi vincerà il duello eterno tra il dubbio e la certezza.




