C’è sempre un momento in cui le idee geniali si distinguono da quelle semplicemente sbagliate. L’ultima trovata di Raffaele Fitto appartiene alla seconda categoria.

Per affrontare il caro bollette propone di utilizzare i fondi di coesione europei. Tradotto: prendere i soldi destinati a ridurre i divari territoriali e usarli per tamponare un’emergenza energetica.

Ora, i fondi di coesione non sono un salvadanaio generico. Non sono il fondo cassa da rompere quando manca il resto. Servono a costruire strade, ferrovie, scuole, ospedali, reti idriche. Servono a creare sviluppo dove lo sviluppo manca. Servono a creare occupazione. Servono a dare una ragione ai giovani per restare nella propria terra invece di fare la valigia e partire. Servono, appunto, a ridurre le disuguaglianze.

In Italia circa l’80 per cento di queste risorse è destinato al Mezzogiorno.

E qui arriva il colpo di genio.

Per aiutare tutti gli italiani a pagare meno le bollette, si prendono soldi destinati prevalentemente al Sud. Si tolgono risorse alle aree più deboli per finanziare una misura generalizzata che riguarda l’intero Paese. È come decidere di finanziare una cena per cento persone vendendo il tavolo di chi non riesce già a mangiare.

La cosa più sorprendente è che a proporlo sia proprio Fitto, che da ministro del Mezzogiorno spiegava ogni giorno quanto fosse fondamentale colmare il divario tra Nord e Sud. Evidentemente il trasferimento a Bruxelles ha prodotto effetti collaterali inattesi.

Secondo la Commissione europea, l’Italia potrebbe spostare fino a cinque miliardi di euro. Quattro, più o meno, arriverebbero dalle risorse destinate alle regioni meridionali. Quattro miliardi sottratti a investimenti che dovrebbero generare crescita, lavoro, infrastrutture e opportunità.

Opportunità. È questa la parola che manca sempre quando si parla di Sud. Perché il problema non è soltanto economico. È umano. Ogni anno migliaia di ragazze e ragazzi lasciano il Sud perché non trovano lavoro, prospettive, servizi adeguati. E mentre il Mezzogiorno continua a perdere capitale umano, energie e competenze, qualcuno pensa che la priorità sia prendere i soldi destinati a fermare questa emorragia e usarli per coprire una spesa corrente.

Ma c’è un dettaglio ancora più grottesco. Finora governo e regioni hanno speso solo una parte di queste risorse. La vera emergenza sarebbe accelerare i cantieri, semplificare le procedure, evitare che i fondi vadano perduti nel 2027. Invece no. Siccome non riusciamo a spenderli per fare sviluppo, decidiamo di spenderli per non fare sviluppo.

È la versione meloniana della politica territoriale: se non riesci a costruire una ferrovia, usa i soldi per pagare la bolletta. Se non riesci a creare lavoro, usa i fondi per gestire l’emergenza. Se non riesci a trattenere i giovani, togli pure le risorse che potrebbero convincerli a restare.

Giorgia Meloni e il suo ex ministro del Sud sembrano aver elaborato una nuova teoria della coesione: per ridurre i divari basta smettere di combatterli.

Il risultato è sempre lo stesso. Le aree più fragili perdono risorse. I giovani continuano a partire. Le disuguaglianze aumentano. E il Sud resta ciò che troppo spesso è stato negli ultimi decenni: non una priorità su cui investire, ma un bancomat da cui prelevare quando serve.

E in Sicilia c’è un’aggravante.

Perché Renato Schifani ha già accettato di destinare una parte di queste risorse al Ponte sullo Stretto, l’opera che Matteo Salvini continua a promettere ma che continua a esistere soprattutto nei rendering e nelle conferenze stampa. Adesso rischia di arrivare un secondo prelievo.

La domanda è semplice: Schifani difenderà i fondi destinati alla Sicilia o si preparerà ancora una volta a dire sì?

Perché il copione, fin qui, è sempre stato lo stesso. Ricorderete, anche quando disse du si all’autonomia differenziata. Prima il signorsì a Meloni e Salvini, poi gli interessi dei siciliani. Prima le esigenze del governo nazionale, poi quelle di una terra che continua a perdere giovani, investimenti e opportunità.

Se davvero verranno sottratti altri miliardi ai fondi di coesione, Schifani avrà l’occasione di dimostrare che il presidente della Sicilia fa il presidente della Sicilia. Altrimenti resterà l’immagine di una regione utilizzata come bancomat permanente e di una classe dirigente che, invece di difenderla, accompagna il prelievo sorridendo.

Naturalmente in nome della solidarietà nazionale. Quella curiosa forma di solidarietà che consiste nel togliere a chi ha meno per aiutare tutti gli altri. Una formula che produce un solo risultato: rendere ancora più debole chi era già rimasto indietro.