Negli anni bui e dolorosi dell’ultima guerra di mafia che ha lacerato la Sicilia agli inizi degli anni Novanta, chi faceva il cronista come me gli toccava correre ogni giorno da un morto ammazzato all’altro per vedere, sentire, raccontare, che una volta si faceva così questo lavoro. Le cosche si stavano scannando tra di loro. In questo scenario di orrori e di lutti, il diciotto luglio del 1990, mi ritrovai davanti al cadavere crivellato di piombo non di un malacarne, non di un mafioso, ma di un professionista, un direttore di banca senza ombre, una persona integerrima, tutta casa e lavoro, schiena dritta e abnegazione: un uomo perbene.
Giuseppe Tragna aveva 49 anni quando lo uccisero in via Gela, a San Leone di Agrigento, davanti la villetta dove viveva con la moglie, Mariella, e i suoi due figli, Gero e Ilaria. Aveva appena parcheggiato l’auto, il killer non gli ha dato il tempo di scendere: gli ha sparato otto colpi di pistola. Fu il figlio Gero a scoprire il corpo del padre rannicchiato sul sedile e la sua estate si interruppe. Per gli investigatori, un omicidio di difficile lettura. Si trovò solo un appunto nel suo ufficio di direttore della Banca Popolare Sant’Angelo di Agrigento, un pizzino dove aveva scritto “attenzione, assegni trafugati”. La polizia era risalita all’intestatario di quegli assegni, un imprenditore di Favara, lo stesso paese di origine di Tragna, ma il suo coinvolgimento nell’omicidio venne escluso. Le indagini arrancavano e vennero abbandonante perché in quella fetta di Sicilia succedevano cose più eclatanti, come l’omicidio, due mesi dopo, del giudice Rosario Livatino. La famiglia Tragna, sconvolta e devastata dal dolore, sperava e aspettava che accadesse qualcosa per dare giustizia al loro congiunto. E sei anni dopo quel qualcosa successe.
Uno stiddaro agrigentino, Daniele Sciabica, arrestato in Germania per l’omicidio di un albanese, decise di collaborare con la giustizia italiana e rivelò di sapere tutto sull’omicidio del direttore di banca, accusandosi di aver fatto da palo, di aver fornito la pistola e la Vespa ai killer, e fa i nomi di due suoi amici. Comincia così un lungo estenuante iter giudiziario con la famiglia Tragna che dovrà subire l’onta disonorevole e infamante di un’accusa orribile che il nuovo pentito muove: “abbiamo ucciso Tragna perché era un pedofilo che insidiava il figlio minorenne di una famiglia povera che si è rivolta a un boss per farlo punire”. Una falsità che la moglie e i due figli di Tragna hanno dedicato tutta la loro vita per smontarla.
Trent’anni di battaglie contro una Giustizia e uno Stato ottusi, prigionieri di farraginosità burocratiche, che, nonostante le sentenze definitive avessero acclarato che quell’accusa era una tragediata e che Tragna era stato ucciso per non essersi piegato agli interessi della mafia, non accordavano il riconoscimento di vittima innocente. Con coraggio e determinazione la famiglia non si è arresa e dopo ricorsi e controricorsi, ha infine vinto, ma sono occorsi trent’anni.
Avevo fin qui scritto libri che raccontano il recupero di chi sbaglia, di giovani criminali sepolti dall’ergastolo che in carcere hanno avviato un eccellente percorso di resipiscenza. Avvertivo il bisogno di affrontare una storia dall’altra parte della barricata, di chi ha subìto, di chi è stato vittima. Mi sembravano però tutte uguali, che tutte le storie delle vittime di mafia si assomigliano. Poi mi è caduta addosso la storia di Tragna e mi ha subito conquistato e ne ho scritto un saggio romanzato “L’ultima estate di un uomo perbene” (Zolfo editore), in libreria da 5 giugno, in cui ho raccontato questa storia dolorosa e potente, tenera e vibrante, grazie alla famiglia che si è messa a nudo, mi ha aperto le porte di casa e mi ha consegnato ogni verità. Una storia che comincia con l’amore di due giovani che costruiscono una famiglia, semplice come tante, che naufraga poi in un’immane tragedia, dimenticata da tutti, passata sotto silenzio nell’indifferenza di una città e delle sue istituzioni, riportata alla luce grazie alla forza e alla volontà di una madre e dei suoi due figli il cui esempio è una lezione di vita, di dignità, di amore.
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“L’ultima estate di un uomo perbene” (Zolfo editore) di Carmelo Sardo, in libreria da 5 giugno.



