Una cosa è certa: i grandi protagonisti di questa tornata elettorale sono i vecchi amici Cateno De Luca e Ismaele La Vardera. Maestro e (potenziale) allievo. Due modi diversi di abitare la scena, quella di una Sicilia che non crede più ai partiti ma continua a farsi sedurre da chi urla meglio, buca lo schermo, promette liberazioni e trasforma ogni battaglia in un atto d’accusa contro il sistema.
La Vardera si è preso Agrigento, o almeno se ne è intestato la vittoria. Scateno, invece, ha preso il risultato delle amministrative, lo ha piegato alla propria narrazione, trasformandolo in un messaggio ai naviganti: il centrodestra senza Sud chiama Nord rischia di perdere la Regione, il centrosinistra senza Sud chiama Nord non riuscirà più a ottenerla. Chi vuole Palazzo d’Orléans deve passare da lui.
Il sondaggio Swg commissionato dal suo movimento gli ha offerto la cornice perfetta. Sud chiama Nord viene accreditato del dodici per cento, quasi ai livelli dell’exploit del 2022. Il centrodestra si fermerebbe al 45,5, il campo largo si avvicinerebbe al 40. Numeri da maneggiare con prudenza, perché un sondaggio resta un sondaggio e chi lo commissiona non è mai del tutto estraneo al risultato… Ma bastano a De Luca per costruire la sua sentenza: “Il centrodestra con Sud chiama Nord evita di perdere la Sicilia. Il centrosinistra, convergendo su Sud chiama Nord, vince”.
Scateno occupa il vuoto creato dai partiti più litigiosi di sempre. E lo fa con la sua voce, con i suoi numeri, con il suo ego e con quella capacità, tutta sua, di trasformare ogni passaggio politico in un referendum sulla sua persona. L’amministratore perfetto, che ha fatto la gavetta nei piccoli comuni – oggi lo è di Taormina – e la esibisce con orgoglio. Per questo si permette di liquidare Giorgio Mulè prima ancora che la sua candidatura alla presidenza della Regione diventi una cosa seria. “E’ una persona rispettabile, ma la Sicilia non può essere amministrata da chi non ha mai neanche amministrato un condominio”, ha detto. “Non accetterò nessun papa straniero. Il centrodestra ci ha dato già Schifani. Mulè è inadeguato per amministrare la Sicilia, mentre è adeguatissimo per fare il ministro o il presidente del Consiglio”.
De Luca sa che il centrodestra potrebbe cercare una figura esterna alle paludi siciliane per provare a ricomporre ciò che si è rotto. E allora gli sbarra la strada subito. Lui d’altronde, a differenza di molti altri aspiranti redentori, qualcosa da esibire ce l’ha. È stato sindaco di Fiumedinisi, Santa Teresa di Riva, di Messina, oggi di Taormina. Ha amministrato, costruito macchine elettorali, ha fatto della sua persona un marchio e del suo marchio una struttura politica. A Messina ha tirato fuori Federico Basile dal cilindro e Basile ha rivinto.
Dove passa, lascia risultati e macerie. Sa scegliere uomini e donne, ma fatica ad accettare che possano crescere fuori dalla sua ombra (guardate cosa è successo alla senatrice Musolino, approdata in Italia Viva). Sa parlare alla pancia della Sicilia. Il suo “Governo di Liberazione”, annunciato come prossima tappa del movimento, sembra quasi una missione salvifica.
Accanto a lui, Ismaele La Vardera sembra il reuccio di una provincia più piccola. Anche lui ha fiutato il vento. Anche lui rivendica le vittorie, agita il vessillo del cambiamento, si propone come volto spendibile per il campo largo. Ma fra i due c’è una differenza abissale: l’ex Iena non ha mai amministrato. E’ da tre anni all’opposizione, registra telefonate, poi le pubblica, si intesta battaglie per le quali nessun’altro trova il coraggio (onore al merito), vive sotto scorta. Eppure l’ex Iena, forte del successo di candidati sostenuti da Controcorrente, si sente già autorizzato a rivendicare un’investitura ai piani alti. Agrigento gli ha regalato la vetrina più luccicante, con Michele Sodano nuovo sindaco e il centrosinistra pronto a festeggiare la città strappata al centrodestra. Solo che basta guardare meglio il vincitore per capire la natura dell’operazione.
Sodano è un ex deputato del M5s, espulso dopo il voto sulla fiducia a Draghi, vicino ad Alessandro Di Battista, critico delle misure anti Covid, protagonista di un percorso politico che sembra scritto apposta per mettere in imbarazzo chi oggi lo celebra come simbolo della riscossa progressista. Il Foglio lo ha raccontato con crudeltà, ricordando che Elly Schlein ha parlato di “bella vittoria” ad Agrigento senza indugiare troppo sul nome del vincitore.
De Luca questo lo sa e infatti non concede a La Vardera nemmeno il diritto di gonfiare il petto. “Ingigantire un risultato rispetto ai dati complessivi fa un po’ ridere”, ha detto. Poi ha impugnato i numeri come un bastone: La Vardera avrebbe fallito a Messina, dove con una lista insieme ai Cinque Stelle si sarebbe fermato al tre per cento; a Milazzo non avrebbe raggiunto il cinque; a Barcellona Pozzo di Gotto “non esiste”; a Villabate, casa sua, “non l’ha visto nessuno”. Fino alla stilettata più feroce: “In una valle di nani, il mezzo risultato ovviamente diventa un grande risultato”. Detta da De Luca, la frase ha qualcosa di involontariamente comico. Ma funziona. Serve a ristabilire le gerarchie nel teatro dell’antipolitica: i guitti possono pure salire sul palco, ma il capocomico resta lui.
Il punto politico, al netto delle vanità, è che De Luca oggi ha in mano una leva reale. E vuole obbligare tutti a riconoscere che senza il suo dodici per cento non si governa. Può trattare con il centrodestra, può parlare con il centrosinistra, e minacciare di correre da solo. Può alzare il prezzo, partecipare a “sedute spiritiche” con potenti personaggi venuti da Roma, ma anche (e soprattutto) farle fallire. Resta da capire se la Sicilia abbia davvero bisogno di un altro uomo solo al comando o se, più semplicemente, la debolezza degli altri renda De Luca più grande di quanto sia. In questa stagione di partiti bolliti, coalizioni spappolate e candidati in cerca d’autore, comunque è l’unico che riesce a dare l’impressione di comandare il gioco.


