Può essere un bel viatico per la candidatura di Giorgio Mulè alla presidenza della Regione il “ricongiungimento familiare”, come egli stesso dice, tra due opere di Antonello da Messina, l’Ecce Homo, acquistato dal Ministero della Cultura, e l’Annunciata esposta già al Museo Abatellis di Palermo.

Al netto del rischio di un richiamo di vago sapore nazionalistico sul terreno dell’arte — i capolavori non hanno obbligatoriamente la residenza del loro autore e Antonello è di Messina ma più propriamente del mondo intero —, può sembrare originale, benché un po’ forzato, collocare insieme il Figlio e la Madre. È comunque singolare e altrettanto apprezzabile, nella realtà della Sicilia, accompagnare una scelta politica con una di natura culturale.

Ci vuole certo altro a corredo della candidatura e il ricorso all’arte non deve diventare un sofisticato manifesto elettorale. La candidatura dev’essere sostanziata, ovviamente, da proposte innovative e coraggiose sulla sanità, sulla scuola, sui trasporti, sul lavoro, sul rispetto della legalità, su tutti quei problemi che investono l’Isola e che non possono essere qui richiamati per intero.

Se Mulè vuole distinguersi da coloro che governano la Regione sui diversi campi, non deve dar mostra di molto acume né di una intelligenza particolare, ma appena di un po’ di buon senso. Non ci vuole molto per prendere le distanze da chi ha denominato cultura il finanziamento di un improbabile centro di un deputato regionale con sede nella cucina di casa di quest’ultimo.

È facile differenziarsi da chi ha finanziato come manifestazione culturale una festa natalizia per bambini dei quartieri popolari che, rimasti nelle loro case, hanno dovuto essere sostituiti da coetanei del centro di Palermo. È agevole proporsi di fare diversamente da chi ha gestito Agrigento capitale italiana della cultura per farne la capitale dello sberleffo.

Quell’evento è stato gestito direttamente dall’attuale presidente della Regione, che dopo averlo tolto alla disponibilità degli incapaci amministratori locali, ha proseguito ostinatamente sullo stesso terreno, sprecando una occasione irripetibile con un grosso danno d’immagine alla città dei templi.

Quella città, tornata di recente ai fasti della cronaca per il volgare utilizzo di istituzioni pubbliche a fini privati, per quanto riguarda la cultura, si è ripiegata in se stessa, in una dimensione provinciale, periferica, chiusa ad ogni forma di contaminazione, di sperimentazione e di novità.

Poi c’è Taormina, brillante stella del firmamento turistico, lautamente finanziata per iniziative di sicuro richiamo ma di nessuna valenza culturale. E infine Gibellina, capitale italiana dell’arte contemporanea, sulla quale non si può formulare nessun giudizio quando si è a metà del guado e tutto — o quasi tutto — deve ancora cominciare.

Sulla cultura o piuttosto sui finanziamenti di ciò che si è spacciato per tale, in Sicilia si è alimentato un vero e proprio sistema di potere, si sono costruite importanti carriere personali, si è quasi identificato un partito.

Sarà utile per Mulè tener conto che, se non è necessario mettere mano alla pistola quando in Sicilia si parla di cultura, sicuramente si deve sospettare di un imbroglio o di una scelta di natura clientelare, oltre che effimera.

Il vicepresidente della Camera ha un bel coraggio a volersi cimentare con la realtà siciliana in tutti i suoi aspetti che sono, gli è certamente noto, difficili e perfino drammatici. Su quello della cultura, se eletto a Palazzo d’Orléans, forse dovrà cominciare con l’apprestamento di corsi serali per molti dei componenti della sua prevedibile maggioranza e non solo di essa e degli assessori che da quest’ultima gli verranno imposti.

Ma poiché non mi piace apparire come un superficiale qualunquista, pur con tutti i distinguo sul progetto di “ricongiungimento familiare”, il richiamo alla cultura da parte di Mulè per la sua candidatura può essere apprezzabile.