Schifani vuole il bis. I suoi alleati, molto meno. O comunque fanno di tutto per non dirlo. Quando si tratta di pronunciare la parola magica — ricandidatura — il centrodestra diventa improvvisamente prudente. Tutti a parlare di tempi, tavoli, verifiche, a rimandare a future valutazioni, persino ad ammettere che la decisione sarà presa a Roma. Tutti attenti a non dare una delusione al governatore, ma ancora più attenti a non consegnargli un’investitura.

Il punto è questo: oggi il bis non è blindato. A perorare davvero la sua causa restano la Lega di Luca Sammartino, nonostante il fronte aperto sulla vendita della Sac di Catania, e la Democrazia Cristiana rimasta orfana di Totò Cuffaro, appena ripescata in giunta dopo l’abiura del suo leader, che ha patteggiato tre anni nell’inchiesta per corruzione della Procura di Palermo. Per il resto, a parte Totò Cardinale, il sostegno è un esercizio di diplomazia. Gli altri tergiversano perché l’immobilismo del governo, la mancanza di visione, le riforme mai viste, una maggioranza sempre più litigiosa e lo scollamento ormai evidente fra governo e Ars impongono più di una riflessione.

La prima formula edulcorata arriva da Nino Minardo, commissario regionale di Forza Italia. Cioè dal partito del presidente. E già questo basterebbe. Minardo non dice: Schifani sarà ricandidato. Dice altro. «Forza Italia guida la Regione con il presidente Schifani, continuerà a farlo e sarà lo stesso presidente, a fine legislatura, a fare le proprie valutazioni politiche e a confrontarsi con il partito e con la coalizione, a livello regionale e nazionale per poi decidere». E ancora: «Arriverà il momento delle valutazioni politiche e sarà lo stesso Schifani a confrontarsi con la coalizione, in Sicilia e a Roma sulle prospettive future. Solo dopo si discuterà di candidature e liste».

Traduzione: calma, non ora. Minardo – che già aveva esordito nel suo mandato confermando che la Regione sarebbe rimasta a conduzione Forza Italia – salva la forma, riconosce il ruolo del presidente, evita lo strappo. Ma la candidatura non è un diritto acquisito, non è una pratica già chiusa, tanto meno un automatismo. E quando una candidatura viene rinviata a “valutazioni politiche” significa che quelle valutazioni, evidentemente, non sono scontate.

Ancora più esplicito è Sbardella, commissario regionale di Fratelli d’Italia. Qui il giro di parole si assottiglia parecchio. «Ne dobbiamo discutere, bisogna sedersi intorno a un tavolino, capire come sono le condizioni della coalizione, come sono le condizioni della candidatura e verificare», ha dichiarato Sbardella all’Adnkronos. Il criterio guida, ha precisato, è uno solo: «A Fdi interessa vincere le prossime elezioni regionali in Sicilia, quindi interessa individuare un candidato che sia vincente». E poi l’avviso, netto: «Se dovesse essere messa in discussione la ricandidatura del presidente della Regione, anche noi ci siamo. Abbiamo uomini e donne pronti a scendere in campo per vincere le elezioni regionali».

Qui siamo oltre la prudenza. Poi c’è Nello Musumeci. Il ministro per il Mare, ex presidente della Regione, che non parla direttamente del bis (non se lo sogna, visti i rapporti da subito conflittuali con il suo successore). Ma il suo intervento pesa forse più di altri perché colpisce il modo in cui Schifani racconta il proprio governo. E lo fa con parole che, dietro il garbo istituzionale, suonano come una correzione pubblica. «Se posso fare un invito – ha dichiarato a margine di Etna Tricolore, lo scorso weekend -, se posso rivolgere un invito al presidente Schifani dico che a proposito di centrodestra eviti di dare l’impressione che il mondo sia cominciato in Sicilia col suo governo, perché la politica è continuità non nel metodo, ma nella produzione amministrativa. Il mondo non è cominciato in Sicilia nel 2022 o a novembre, a ottobre ma è cominciato prima».

E ancora: «A me sembra ogni volta che questo governo abbia trovato le macerie ed il disastro e che prima di lui ci fosse il deserto. Non è così. E va evitato se si vuole consolidare lo spirito di coalizione. Lo dico senza spirito di polemica e, anzi, con un animo assolutamente costruttivo». Animo costruttivo, certo. Ma il messaggio è durissimo.

Infine c’è Raffaele Lombardo, leader del Movimento per l’Autonomia-Grande Sicilia, che dopo la sconfitta alle Amministrative di giugno non l’ha toccata piano, invocando un cambio delle regole in corsa: «Affiancare ai politici di qualità che pur ci sono in questa Giunta – ha detto al Tgr Rai Sicilia – tecnici esterni di grande valore. Il presidente Schifani proceda a questo azzeramento e a questa ricostituzione, certamente in accordo con i partiti, per rilanciare la coalizione in vista delle prossime elezioni regionali». È il riconoscimento che l’attuale assetto non basta più, che la coalizione ha bisogno di essere rilanciata, che il governo così com’è sta trascinando la coalizione verso una sconfitta sempre più probabile (nonostante la pochezza degli avversari).

In questo paesaggio di cautele, mezze prese di distanza e inviti alla verifica, Totò Cardinale rappresenta l’eccezione. Lui sì che lo dice, senza giri di parole. «La mia opinione – ha detto nel corso di un’intervista a ‘La Sicilia’ – non è mai cambiata: deve essere riconfermato. Ma sa qual è la verità?» Qual è? «Noi possiamo dire quello che vogliamo, ma la decisione verrà presa a Roma. Lì si deciderà se la candidatura spetta a Forza Italia, e sarà il segretario nazionale, in quel caso, a indicare il nome. Perché questo gioco al massacro sul presidente in carica?»

Cardinale difende Schifani, ma anche qui la difesa contiene un limite. Perché la verità, dice lui stesso, è che la decisione verrà presa a Roma. E lì, tolto il solito La Russa, gli amici di Schifani cominciano a scarseggiare. Auguri!