Faceva paura quando sembrava il banco di prova della legislatura, e fa ancora più paura adesso che rischia di trasformarsi nella conta dei vivi e dei morti della maggioranza. Così la variazione di bilancio da circa 400 milioni, annunciata, evocata e caricata di ogni promessa possibile, si avvia verso un rinvio a settembre.

A Palazzo d’Orleans la spiegazione ufficiale è quella contabile. Mancano le condizioni tecniche, pesa l’attesa per le motivazioni della Corte dei conti sul rendiconto 2022, senza le quali non si può liberare una parte consistente delle risorse. Ma la politica sta un piano più sotto. E il piano più sotto dice che Schifani  – nonostante le tiepide smentite di ieri e il tentativo di imbastire il ddl entro Ferragosto – non vuole portare in Aula una legge che potrebbe essere impallinata dai suoi stessi alleati.

Perché questa manovrina è ghiotta e impossibile. Ghiotta perché vale circa 400 milioni e perché dentro c’è di tutto: i ristori agli agricoltori promessi dopo mesi di proteste, le risorse per tagliare le liste d’attesa e rifinanziare i privati convenzionati, le deroghe per assumere gli autisti soccorritori della Seus, il personale dell’Ast, i concorsi all’Arpa, i fondi chiesti dagli assessori per cantieri, porti e capitoli di spesa rimasti a secco. Ma ogni euro, in questo momento, può diventare un problema. E in una maggioranza che da mesi vive di sospetti, imboscate e voti segreti, l’errore è dietro l’angolo.

Il vero nodo, però, non sono le emergenze. Sono le mance. Anzi, i “fondi di investimento territoriali”, che è il nome di circostanza assegnato a queste prebende elettorali. Sul tavolo ballano circa 150 milioni destinati ai territori, cioè ai collegi, cioè ai deputati. Dovrebbero servire a ricompattare il centrodestra, ma quasi certamente finirebbero per farlo implodere. Schifani e Dagnino avrebbero provato a immaginare dei paletti e una cornice presentabile, ma è proprio questo il problema.

Il presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, aveva immaginato questo passaggio parlamentare come il vero test per la tenuta della coalizione. Parlando della ricandidatura di Renato Schifani, infatti, aveva detto: “Non è, secondo me, un tema di questo momento. Secondo me è una domanda che si potrà fare tra un mese”. E ancora: “Tra un mese chiaramente si capirà se c’è una maggioranza in grado di sgombrare il campo da tutte quelle che sono oggettivamente delle voci insistenti”. Oppure “se vox populi” si rivelerà “una minaccia, anche in aula, rispetto alla manovra che potrebbe invece non passare così facilmente, come magari qualcuno auspica”. La manovrina doveva dire se il governo ha ancora una maggioranza o è soltanto una somma provvisoria di simboli e appetiti.

Il rinvio a settembre smorza la questione. “L’Ars continua ad essere impantanata tra ricatti politici e veti incrociati tutti interni al centrodestra – ha spiegato il capogruppo del Pd, Michele Catanzaro -, mentre il presidente Schifani un giorno dice di lavorare alle variazioni di bilancio, il giorno dopo fa sapere di voler rinviare tutto. In questo modo tiene in ostaggio i siciliani, in un gioco di potere che serve solo a lui”. Anche se lo stesso Schifani, ieri, ha fatto filtrare una road map alternativa che prevede l’arrivo del ddl in giunta entro una decina di giorni, poi il passaggio in commissione e il voto entro Ferragosto (a costo di allungare i tempi di Sala d’Ercole).

Nel frattempo restano appese anche le promesse più recenti. Come quella dell’assessore alla Salute Marcello Caruso, che ha annunciato 15 milioni per incrementare le risorse destinate all’assistenza specialistica ambulatoriale convenzionata. Soldi utili ad aumentare le tariffe di alcune prestazioni penalizzate dal decreto ministeriale del 2024. In particolare laboratori di analisi e centri di fisiokinesiterapia, secondo la Regione, sarebbero stati messi in difficoltà da tariffe non più congrue rispetto al valore delle prestazioni. Non una promessa qualsiasi: quei 15 milioni servirebbero a rifinanziare una norma già impugnata dal governo nazionale e poi salvata dalla Corte costituzionale, che ha riconosciuto alla Regione la possibilità di intervenire con risorse proprie sulle tariffe.

Il contesto fa il resto. Le Amministrative hanno lasciato un segno pesante: il centrodestra non è riuscito a piazzare la bandierina in nessuna delle quattro maggiori città al voto, perdendo Marsala ed Enna e andando a sbattere anche ad Agrigento, dove la vittoria di Michele Sodano ha certificato l’avanzata del fronte progressista. In Sicilia la coalizione che governa la Regione non riesce più a presentarsi come blocco naturale di potere. Vince dove regge l’amministrazione, perde dove esplodono le divisioni. E dall’ultimo tavolo di coalizione non è uscita una tregua, ma solo altre polemiche.

Il caso Serradifalco, con il terzo mandato del sindaco leghista Leonardo Burgio e la diffida della Regione a lasciare l’incarico entro sette giorni, ha aperto un altro fronte tra alleati. La privatizzazione della Sac, la società che gestisce gli aeroporti di Catania e Comiso, è diventata un altro dossier incendiario: sul tavolo ci sono 14 manifestazioni di interesse per l’acquisizione di almeno il 51 per cento del capitale sociale, ma persino la Lega — oltre al Mpa — ha chiesto chiarezza e denunciato fughe in avanti.

Ecco perché il rinvio a settembre è così comodo. Evita l’incidente d’Aula, evita la conta, evita di scoprire quanti franchi tiratori ci siano davvero dietro i sorrisi di circostanza e i tavoli unitari. Evita, soprattutto, di mettere subito in circolo i 150 milioni più delicati, quelli che dovrebbero lubrificare la macchina e invece potrebbero farla grippare. Stavolta definitivamente.