Sono due centrocampisti di rottura. Cateno De Luca ha già mandato in pezzi il fronte progressista, costringendo il Pd e i suoi alleati a discutere più di lui che dei programmi e della natura stessa del “campo largo”. Raffaele Lombardo promette di fare altrettanto con il centrodestra, dove continua ad albergare senza rinunciare a minacciare strappi, porre condizioni e mettere in discussione gli equilibri costruiti attorno a Renato Schifani, sempre più orientato al bis.
Rompono da parti opposte e hanno finito per ritrovarsi. Dopo la comune militanza nel Movimento per l’Autonomia, le separazioni, le accuse di tradimento e gli insulti, tornano a parlare la stessa lingua. Autonomisti, cristiano-democratici, centristi, civici, moderati e meridionalisti: Lombardo, qualche giorno fa da Scoglitti, li ha chiamati a raccolta per redigere un programma essenziale per la Sicilia, condizionare la scelta del prossimo candidato alla presidenza e portare una propria rappresentanza in Parlamento.
De Luca ha raccolto l’invito, mettendo subito sul tavolo le proprie condizioni. Sud chiama Nord, ha spiegato, è disponibile a un confronto che serva a costruire «un’alternativa seria al fallimentare governo Schifani». Il percorso dovrà garantire il rinnovamento della classe dirigente, l’autonomia dai partiti nazionali e la libertà di avviare trattative a trecentosessanta gradi. Lombardo ha risposto riconoscendo nell’antico avversario «un bravo amministratore» che «crede e si batte per l’Autonomia da sempre».
Un giudizio persino affettuoso, considerate le parole che si sono scambiati negli anni. Per Lombardo, De Luca era quello che, eletto nella sua lista, «dopo un anno voleva conquistare la guida del nostro Movimento» e si era quindi «scatenato contro». Salvo tornare scodinzolando: «Nel 2008 me lo portò la buonanima di Lino Leanza per chiedermi, in ginocchio, perdono perché voleva essere ricandidato. Ha pianto per un quarto d’ora». L’anno seguente, secondo l’ex governatore, si sarebbe «scatenato un’altra volta contro di noi» per inseguire i propri «modesti obiettivi».
De Luca ha sempre raccontato un’altra storia. La rottura sarebbe cominciata con la vendita del patrimonio immobiliare della Regione. «Quando ho visto l’operazione di svendita dei beni immobili che stava portando avanti Totò Cuffaro, Raffaele Lombardo mi ordinò di bloccarla e presentai migliaia di emendamenti». Poi la retromarcia: «Il giorno di San Silvestro del 2006 mi ha chiamato a casa dicendomi che dovevo ritirare gli emendamenti perché aveva raggiunto l’accordo con Cuffaro». Su quel tradimento dell’originario progetto autonomista De Luca ha costruito la separazione da Lombardo. Il progetto, avrebbe spiegato anni dopo, «si è rivelato trasformista». E l’ex governatore faceva «l’autonomista in Sicilia e il pagnottista a Roma».
Durante la campagna elettorale del 2022 il confronto si trasformò in una rissa a distanza. Lombardo definì De Luca un uomo pieno di frustrazioni e con «il complesso della bassezza». Lo accusò di non saper esporre una riga di programma senza insultare e aggiunse che, potendo discutere davanti a un milione di persone, lo avrebbe preso «a calci nel sedere». De Luca rispose come sa fare: «Cosa fai, mi alzi le mani? Mi fai sparare da qualche tuo amico? Pensi che ho paura delle tue amicizie?». Poi tornò sulla vicenda degli immobili regionali e invitò Lombardo a dedicarsi alla raccolta delle arance.
Adesso, però, Cateno è bravo, autonomista e un interlocutore. Mentre Lombardo, l’uomo che secondo De Luca aveva trasformato l’Autonomia in uno strumento di potere e mediazione con Roma, è tornato a essere il possibile compagno di un fronte contro il governo Schifani.
Non è detto che fra i due sia scoppiata la pace. Più probabilmente si sono accorti di avere bisogno l’uno dell’altro. De Luca dispone di un consenso personale, specie in provincia di Messina, che nessun partito può ignorare. Lombardo conserva una rete di amministratori, dirigenti e voti, ma deve dimostrare che il suo progetto va oltre la difesa delle posizioni acquisite nel centrodestra. Insieme potrebbero costruire un’area capace di trattare con tutti o rendere più credibile la minaccia di andare da soli.
Il problema è capire dove intendano andare. Il sindaco di Taormina, reduce dal trionfo nelle elezioni di secondo livello al Consiglio della Città Metropolitana (sette consiglieri su quattordici sono di Sud chiama Nord) parla di alternativa a Schifani, ma tiene aperto ogni canale. Ha già scomposto il campo progressista: c’è chi pensa che senza di lui sia impossibile competere e chi considera la sua presenza incompatibile con un progetto di centrosinistra, a partire da Avs e dai settori più critici del Pd. Cateno non entra nelle coalizioni per adattarsi. Chiede agli alleati di riconoscere la sua leadership.
Lombardo si muove allo stesso modo. Sta nel centrodestra, ma vuole dimostrare che il centrodestra non può decidere senza l’Mpa. L’appello agli autonomisti e ai moderati serve a costruire una massa critica capace di incidere sulla scelta del candidato presidente. Se il nome sarà quello gradito a Lombardo, il fronte rafforzerà la coalizione. Altrimenti potrà indebolirla o dividerla (la Democrazia cristiana, orfana di Cuffaro, ha già puntato i piedi e cercato sponda nella Lega).
Su cosa dovrebbe reggersi, allora, l’intesa tra i due? Sull’Autonomia o sull’interesse comune a tenere sotto scacco gli schieramenti? Su una proposta di governo o sulla libertà di negoziare con chi offrirà di più? Con il centrodestra, magari senza Schifani, oppure con il centrosinistra, che dovrebbe accogliere insieme l’uomo che lo ha già diviso e quello che per anni ha governato con il campo opposto?
Per ora De Luca e Lombardo si scambiano riconoscimenti e aprono le porte. Dicono di voler partire dal programma e dal rinnovamento della classe dirigente. Ma il loro riavvicinamento nasce soprattutto dalla comune capacità di impedire agli altri di fare ciò che avevano progettato.


