Muore “Striscia la notizia” – pardon, “va in pausa”, secondo l’eufemismo aziendale. Trentotto anni, ultima puntata a febbraio. Fine di un’epoca. Ma di quale epoca?

Il mio primo ricordo di “Striscia” è l’intervista di Stefano Salvi a Enrico Cuccia. Non avevo mai visto nulla di simile. Oggi quando lo ripesco ogni tanto su YouTube mi sembra una performance di Marina Abramovic.

C’era questo inviato col giubbotto giallo che camminava a fianco dell’uomo più potente e invisibile d’Italia – il “grande vecchio” di Mediobanca che alla vista di una telecamera abbassava lo sguardo e sgusciava via – e mentre quello chiedeva conto dei rapporti tra finanza e politica, Cuccia per tutto il tragitto non rispondeva, non reagiva, non sbuffava.

Camminava in silenzio. Le mani dietro la schiena, muto, granitico: cinquant’anni di capitalismo italiano condensati in un’imperturbabile camminata e un momento di grande televisione. “Il mutismo più eloquente in tutta la storia della tv”, scrisse Aldo Grasso.

In quei tre minuti c’era già tutto il metodo di “Striscia”, col meglio e il peggio di tutta la televisione d’inchiesta venuta su in questi anni.

Raccontava Antonio Ricci che l’idea di “Striscia” arrivò sotto la doccia: “Ragionavo sul fatto che Vespa in Tv aveva detto che la colpa dell’attentato di Piazza Fontana fosse di Valpreda… ecco questo non andava bene, ci voleva uno spazio dopo il Tg che desse un’idea diversa, che gettasse quantomeno un dubbio”.

Ecco, “Striscia” è stata il simmetrico opposto di “Report”, nel senso del complimento, ci mancherebbe. Perché se il “Report” di Ranucci – come ricordava ieri Giuliano Ferrara – è stato spesso avanspettacolo spacciato per scoop, “Striscia” ha fatto l’operazione inversa, dunque più onesta: scoop spacciato per avanspettacolo.

Denuncia travestita da pernacchia, inchiesta affidata a un pupazzone rosso che, per ammissione del suo inchiesta affidata a un pupazzone rosso che, per ammissione del suo stesso autore, “rappresenta il populismo, la pancia; non parla: rutta”.

Si rilegga andando un po’ a braccio l’elenco: la truffa di Vanna Marchi e dei suoi sali miracolosi; l’uranio impoverito; le due navi da guerra irachene fotografate a La Spezia durante la guerra del Golfo; i 2.639 beagle liberati dal lager di Green Hill; la “Terra dei fuochi” prima della savianizzazione.

L’Italia di “Report” è quella della faccia grave, del conduttore che si candida a ultimo giusto della nazione. L’Italia di “Striscia” è quella che consegnava un tapiro a, aspettando la reazione.

Del multiverso creato da Antonio Ricci – il Gabibbo, il tapiro, l’inviato con un sturacessi in testa – le veline sono state il capitolo più frainteso.

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