Luca Sbardella e Nino Minardo sono i commissari regionali di due partiti che dovrebbero guidare il cambiamento nel centrodestra siciliano e che invece ascoltano ogni lamentela, rinviano ogni scelta e alla fine lasciano tutto com’è. Sembra diventata la loro specialità, anche adesso che la politica siciliana – a circa un anno dalle Amministrative di Palermo e dalle Regionali – esigerebbe una parola di chiarezza sulla visione, sui metodi di governo e sulla questione morale.

Tutt’intorno, per fortuna, qualcosa si muove. Carolina Varchi ha lanciato “Palermo Capitale”, un cantiere politico con gruppi di lavoro su sviluppo, rigenerazione urbana, sicurezza, trasparenza, ambiente e cultura. Non ha detto «mi candido a sindaca», ma qualcosa di persino più impegnativo: Palermo deve andare oltre l’ordinaria amministrazione e dotarsi di una visione diversa. Eppure Sbardella ha provato a negare l’evidenza: «Non si tratta di una candidatura», ha assicurato, aggiungendo che Lagalla ha lavorato bene.

Come se una dirigente nazionale di Fratelli d’Italia, già vicesindaca e vicina a Giorgia Meloni, costituisse per passatempo gruppi di studio destinati alla «classe dirigente presente e futura» della città. È vero: Varchi non ha formalizzato la sfida, ma l’ha resa evidente. Quanto fatto finora da Lagalla è ritenuto insufficiente. L’unico a fingere di non capire, però, è il commissario del partito della premier. Perché il compito di Sbardella non sembra quello di indicare una direzione, ma di evitare di scontentare qualcuno. Tra i papabili candidati, oltre al sindaco uscente (già sfiduciato dai centristi di Saverio Romano), ci sono anche l’assessore regionale alle Infrastrutture Alessandro Aricò e il sottosegretario alla Cultura Giampiero Cannella.

La stessa scena si ripete in Forza Italia. Giorgio Mulè ha fatto ciò che gli altri evitano: ha messo a disposizione il proprio nome e collegato la candidatura a un «risanamento etico» e a un «rinascimento politico». E ha introdotto una domanda che il partito preferiva eludere: dopo gli scandali, le inchieste e l’usura di questa legislatura, si può davvero chiedere ai siciliani di andare avanti come prima?

Minardo, a parole, sembra pensarla allo stesso modo. Già al momento del suo insediamento da commissario ha detto che «non basta saper raccogliere consenso» e che la qualità delle persone, il senso delle istituzioni e il rispetto delle regole devono tornare centrali. Ha parlato di competenze, merito e nuove energie. In un’altra occasione è stato ancora più netto: i siciliani sono stanchi degli scandali, del malcostume e delle pretese da signorotti medievali; la fiducia si conquista con comportamenti coerenti, credibilità e serietà. Parole molto vicine alla rigenerazione invocata da Mulè.

Ma la politica di Minardo comincia, forse, dove finiscono le sue dichiarazioni. Chi sono le persone che non dovrebbero più essere selezionate soltanto perché portano voti? Quali comportamenti sono incompatibili con la nuova Forza Italia? Quali pratiche devono essere abbandonate? E soprattutto: il rinnovamento passa dalla conferma di Renato Schifani o dalla ricerca di un’alternativa? Su questo Minardo non decide. Dice che del bis si parlerà nel 2027 e lascia che il suo nome venga utilizzato per accreditare una possibile candidatura a Palazzo d’Orléans.

L’ipotesi è riemersa nei giorni scorsi come soluzione capace di conservare la presidenza della Regione a Forza Italia e di neutralizzare Mulè e le pretese di Fratelli d’Italia. Minardo smentisce di voler correre, ma non compie il passo che chiarirebbe il quadro: indicare quale progetto sostiene e quale candidato considera coerente con la rigenerazione che predica. È come se il commissario riproducesse in Sicilia l’ignavia di Antonio Tajani: non scegliere, non rompere, non perdere pezzi, ostinarsi a sostenere che il governo Schifani abbia lavorato bene. E poi, ancora, invocare il merito senza sottrarre il partito al peso dei mediatori che continuano a indirizzarne le scelte.

Totò Cardinale, ad esempio, in una intervista di qualche settimana fa ha indicato senza esitazioni il proprio approdo: Schifani deve essere riconfermato e Mulè starebbe sbagliando tutto. Nella stessa intervista ha elogiato lo «sforzo di mediazione» di Minardo. Il commissario piace ai sostenitori del bis proprio perché non trasforma la rigenerazione in una rottura. Può parlare di nuove energie senza disturbare quelle vecchie. Può richiamare l’etica senza mettere in discussione il sistema di relazioni che difende il presidente. Può promettere una selezione più rigorosa e continuare a trattare con chi considera destabilizzante persino una candidatura alternativa.

Eppure una classe dirigente non si rigenera aggiungendo qualche volto nuovo alle stesse filiere di potere. Ma quando smette di premiare soltanto chi controlla pacchetti di voti e considera l’autonomia di giudizio un valore, non una minaccia.

Varchi, con tutti i calcoli che accompagnano la sua iniziativa, ha almeno rotto la finzione secondo cui a Palermo non esiste una questione politica. Mulè, con tutte le cautele del caso – compreso il riconoscimento che Schifani «sta governando benissimo» –, ha almeno accettato di esporre il proprio nome e di sfidare l’inevitabilità del bis. Gli altri no. Finché Sbardella e Minardo continueranno a non mettere neppure un ditino nell’acqua calda, il rinnovamento resterà una parola buona per i comizi e le interviste. E il vecchio sistema potrà continuare a governare anche senza avere il coraggio di presentarsi con il proprio nome.