Crescono in Sicilia i reati di corruzione e turbativa d’asta. Un triste primato, perché con il 25% dei reati contestati, la Sicilia è in testa a tutte le regioni. Secondo l’Autorità Nazionale anticorruzione, in rapporto alla popolazione, ci sono qui più di cinque casi per milione di abitanti. La Campania ne ha 4,5 mentre Emilia-Romagna e Lombardia si fermano a 1,1.

Si tratta di procedimenti in corso di cui bisognerà vedere quanti giungeranno a condanna definitiva. Alcuni, che giustamente fanno più rumore, riguardano figure di rilievo come il presidente dell’Assemblea regionale, qualche assessore in carica o che lo è stato o dei deputati regionali. Bisognerà aspettare l’esito dei processi, senza indulgere a forme di linciaggio o di uso politico della giustizia penale che in passato hanno fatto gravissimi danni.

La situazione è delicata e dovrebbe indurre la politica a svolgere con serietà approfondite analisi e a proporre soluzioni. È interessante notare che “solo” il venti per cento dei procedimenti riguarda politici o amministratori, mentre il restante ottanta interessa amministrativi, dirigenti e impiegati, titolari di posizioni di potere funzionale all’interno delle amministrazioni. Si potrebbe sospettare che in molti casi questi reati siano commessi con la tolleranza o la negligente vigilanza dei responsabili politici.

Questo aspetto implica una certa leggerezza della dirigenza politica, spesso giunta ad assumere ruoli di rilevante responsabilità quasi per caso e in base a criteri di distribuzione lottizzata tra le varie forze politiche ed al loro interno. Senza troppo badare al merito ed alla competenza. Un criterio assai nefasto che si è sempre usato ma, da quando i partiti si sono indeboliti e ne è prevalso l’uso personalistico, sembrano moltiplicarsi inefficienza e irresponsabilità. Un continuo eludere la chiara indicazione costituzionale che richiede che le funzioni pubbliche siano esercitate con dignità e onore.

Non c’è niente di onorevole nella tristissima e noiosa ricerca di posti di lavoro da distribuire per mantenere l’incarico e tornare a sedere nei consessi dove si dovrebbe dare l’indirizzo politico alle amministrazioni. Si tratta sia di avidità che di frustrazione, che secondo molti studi sull’argomento, produce corruzione.

Avidità che è stimolata dalla necessità di far fronte alle forti pressioni che si ricevono da un elettorato abituato a vedere nel politico un dispensatore di favori, specialmente dove si è eletti con le preferenze. Oltre naturalmente alla naturale perversa inclinazione a servirsi del potere per scopi privati invece che servire la comunità.

La frustrazione poi sembra derivare dalla crescente irrilevanza sociale del ruolo. Non più reverenza, rispetto o stima ma un ostentato disinteresse e un’ostilità se non manifesta, certo visibile attraverso comportamenti di rigetto. Per compensare la frustrazione o per soddisfare le proprie necessità o semplicemente per amore dell’arricchimento che la corruzione promette, si assiste ad una crescita di reati che comportano disdoro e inefficienza.

Non è una novità. In passato si sono vissute fasi di estremo declinare delle istituzioni, riemerse sempre più deboli e non curate con una maggiore onestà e limpidezza nell’azione pubblica. La stessa nuova fase della Repubblica, inaugurata nella stagione dei grandi processi per corruzione che vide la fine di una intera classe politica, non ne ha prodotto una nel complesso più autorevole e limpida.

Mentre cresce insieme al disonore di una corruzione diffusa e modesta, la sensazione che i migliori disertino non solo le urne ma l’impegno politico. Ci deve essere rimedio e ci sarà, in forme che magari adesso non si vedono. Quello che sicuramente è inaccettabile è che continui questo amaro declino.