Il “video verità” dura nove minuti. Per un provvedimento amministrativo occorre più tempo. È la differenza fra raccogliere like e governare, ma anche il problema di una certa sinistra che, povera di idee e progetti, finisce sempre più spesso per attribuirsi una funzione di polizia morale: individua il caso, stabilisce chi è presentabile e pronuncia la sentenza. Ismaele La Vardera ha costruito su questo metodo la propria fortuna politica, che l’ha portato all’Ars e alla guida di Controcorrente. Michele Sodano, dopo appena tre mesi da sindaco di Agrigento, ne ha scoperto il limite.

La rottura nasce attorno al vicesindaco della città dei templi, Giovanni Crosta. La Vardera ne ha chiesto la testa, annunciando la sua espulsione dal movimento; Sodano ha risposto che prima – da buona creanza – vengono le verifiche. Quello accaduto ad Agrigento non è un semplice incidente locale, ma pone una domanda che il centrosinistra dovrà affrontare se intende davvero discutere la candidatura, già in bilico, dell’ex Iena alla presidenza della Regione: la denuncia permanente può sostituire la politica?

Il caso riguarda un immobile abusivo ereditato da Crosta, sul quale pende da decenni una domanda di sanatoria. La Vardera ha contestato al vicesindaco alcune dichiarazioni sull’utilizzo della casa e sollevato dubbi su eventuali lavori successivi, ponendo anche una questione di opportunità sulle deleghe detenute, fra cui quella alla Polizia municipale. Si tratta di rilievi che richiedono risposte. Ma proprio per questo non possono essere considerati già risolti da una requisitoria sui social.

Per il leader di Controcorrente, reduce dagli Stati generali del movimento, non si può usare «la verga con gli altri e la bambagia con i nostri». D’altronde chi costruisce la propria identità sulla denuncia non può diventare indulgente quando il problema riguarda uno dei suoi amministratori. Ma fra la verga e la bambagia esistono le regole, le istruttorie, il contraddittorio, le competenze del sindaco e gli eventuali provvedimenti degli uffici.

Questo ha fatto Sodano: ha rifiutato il processo sommario, chiesto di approfondire il caso nelle sedi competenti e rivendicato la responsabilità della decisione sulla propria giunta. Che spetta a lui, non ad altri. Verificare, ha scritto, significa accertare i fatti, «non espellere qualcuno senza garantire passaggi fondamentali».

L’esperienza di Agrigento diventa un problema per La Vardera e tutto il centrosinistra. Il deputato 33enne ha scelto il linguaggio che conosce meglio. Ha ricostruito la vicenda davanti alla telecamera, raccontato colloqui privati, esibito contraddizioni, annunciato l’espulsione di Crosta e invitato Sodano a “tornare in sé”. La prudenza del sindaco è diventata una deviazione dalla linea, quasi una concessione agli stessi meccanismi che Controcorrente promette di combattere.

È il giornalismo d’assalto trasferito nei palazzi. Ha consentito a La Vardera di costruire consenso e mettere in difficoltà una classe politica spesso incapace di giustificare privilegi, contributi e zone d’ombra. Dalla finta candidatura a sindaco di Palermo, accompagnata dalle riprese nascoste, fino allo scontro con Carlo Auteri e al caso dei finanziamenti alle associazioni culturali, la telecamera è stata il suo strumento più efficace. Ma la denuncia, anche quando coglie nel segno, non esaurisce la politica.

Il limite emerge quando il controllore deve condividere la responsabilità del governo. Ad Agrigento non c’è più un avversario da stanare, ma un sindaco eletto grazie al suo stesso progetto politico. Sodano deve occuparsi dell’apertura delle scuole, della manutenzione e della sicurezza delle strade, del bilancio e del patrimonio comunale. Non può amministrare una città seguendo l’ordine delle polemiche sui social.

La vicenda interroga direttamente le ambizioni regionali di La Vardera. Il fondatore di Controcorrente si è candidato alla presidenza della Regione e chiede al Pd e al Movimento 5 Stelle di confrontarsi con la sua iniziativa. Ma governare la Sicilia è qualcosa di più complicato della sorveglianza morale sugli avversari e sugli alleati. Richiede un progetto, una classe dirigente e la capacità di distinguere un sospetto da un fatto accertato, una responsabilità politica da una giuridica, una richiesta di chiarimenti da una sentenza.

È una domanda che Pd e Movimento 5 Stelle non possono eludere. Pensano di costruire un’alternativa occupandosi soltanto della presentabilità delle persone? Oppure vogliono spiegare come intendono governare la sanità, i trasporti, i rifiuti, l’acqua e lo sviluppo della Sicilia?

Intanto Cateno De Luca ha approfittato della frattura per colpire l’ex alleato. Ha parlato di «delirio di onnipotenza» e di «effetto rinculo», telefonando a Sodano per esprimergli solidarietà. «Il merito della vicenda non mi interessa, ma il metodo e la forma sì», ha detto. «Io non mi sono mai permesso di processare una figura istituzionale e ordinare attraverso i social la rimozione». Quando il sospetto diventa l’unico linguaggio disponibile, non è più rigore: è populismo.