Cosa farei se quel tredicenne fosse mio figlio? È la domanda che mi faccio da quando ho letto questa storia. Mio figlio ha tredici anni. Una mattina prepara due coltelli, indossa guanti e casco, prende uno spray urticante, sistema un telefono per riprendere tutto, entra a scuola e accoltella la sua professoressa. Io sono suo padre. Mi chiamano. Corro. Durante il tragitto spero in un errore. Un ragazzo scambiato per un altro. Un racconto confuso. Spero che mio figlio abbia assistito, che abbia provato a fermare qualcuno, che sia finito dentro una storia più grande di lui. Poi arrivo e scopro che è stato lui. A quel punto mi fermerei e mi chiederei dove ero io? Dove ero mentre si procurava quella roba? Dove ero mentre guardava video di stragi? Dove ero mentre parlava con sconosciuti su Telegram? Dove ero mentre il rancore verso una professoressa cresceva fino a diventare un progetto? Magari ero a un metro da lui. Sul divano. A cena. Nella stanza accanto. È questo che mi spaventa: si può perdere un figlio mentre continua a vivere sotto il nostro stesso tetto.
Forse avrei rispettato la sua privacy. Avrei pensato che a tredici anni avesse diritto ai propri segreti. Avrei bussato prima di entrare nella sua stanza, avrei evitato di leggere i messaggi, avrei considerato il telefono una specie di territorio inviolabile. Oggi mi chiederei quanto ci fosse di rispetto e quanto di comodità in quella discrezione. Perché un tredicenne ha bisogno di uno spazio suo e un padre ha ancora il dovere di sapere dove sta andando. Anche quando quel viaggio avviene dentro uno schermo. Noi genitori abbiamo consegnato ai nostri figli uno strumento capace di portarli ovunque e spesso ci siamo fermati sulla soglia. Conosciamo la password del Wi-Fi e ignoriamo il loro mondo. Sappiamo dove sono grazie alla geolocalizzazione e magari ignoriamo con chi parlano. Li accompagniamo a scuola per proteggerli dal traffico e poi li lasciamo soli davanti a una porta che conduce a miliardi di persone.
Nel caso della professoressa accoltellata i carabinieri stanno verificando i contatti online del tredicenne e l’eventuale ruolo di persone che potrebbero aver alimentato la sua violenza. Si indaga anche sulla pista di ambienti suprematisti e accelerazionisti e sulle persone collegate con lui online. Sono elementi fumosi, ancora tutti da accertare. Ma se fossi suo padre avrei già una certezza da mettere davanti a mio figlio: qualunque cosa emerga da quel telefono, il coltello ce lo avevi tu, era nella tua mano. Qualcuno può averti istigato, incoraggiato, manipolato, riempito la testa di violenza. Se sarà provato, quella persona dovrà rispondere delle proprie azioni. Tu dovrai rispondere delle tue. A tredici anni sai che una lama di venti centimetri ferisce. Sai che infilare un coltello nel corpo di una persona può ucciderla. Il mondo digitale può aiutarci a capire come sei arrivato fin lì. Ma è roba da sociologi. La responsabilità del gesto rimane tua…



