Mi candido a sindaco di Palermo. Che c’è di male? Chiunque lo fa, chiunque lo dice. Ormai è un tormentone sulla bocca di tutti. Vecchi politici, ex rottamati, cocciuti coraggiosi e deputati d’apparato. Tutti. E con quanta prosopopea lo annunziano! Io suggerirei il latino e magari un balcone su piazza affollata, tanto a radunare quattro truppe cammellate che fanno fudda non ci vuole niente. Poi ci sono quelli che non lo dicono chiaramente e non certo per pudore, ma solo per la strategia del silenzio e della settanta da appartare sotto traccia.

Ognuno ha un proprio canovaccio: chi s’appella alla resistenza moderata contro l’invasione populista, neanche fosse in ballo una cattedra di filosofia politica; chi evoca il coraggio come l’unico fondamento possibile di buon’amministrazione, perciò deve riprovarci ancora, ancora, ancora; chi snocciola titoli e curricula politici stile “Io so’ io e voi non siete un cazzo”; e chi non dice nulla, perché vincolato al sacro silenzio della strategia di cui sopra.

Ovviamente, una cosa accomuna tutti: l’amore sconfinato, e che ve lo dico a fare, per Palermo, oltre alla consapevolezza, più granitica del monolite Uluru, di essere, ognuno, il demiurgo baciato da Dio e da questo investito. E ancora non ci abbiamo messo piede, direbbe mio nonno. Poi verranno i programmi più o meno copiaeincollati, le convention nei cinema, i post su Facebook, i selfie con qualche aficionado… Infine, la guerra per l’investitura, ma questo all’ultimo.

Tutto secondo copione. Un film già visto: l’attore protagonista fa la parte del buono che deve lottare contro il male, che questa volta però non sarà impersonato dal solito attore dal faccione cattivo e le mascelle flosce, bensì dai disastri che questi ha lasciato nella scorsa puntata e che, senza l’intervento del salvatore in costume, si abbatterebbero in eterno su Palermo city.

Insomma, i supereroi fioccano in questa città, perciò Dio ci salvi dalle prossime Lavarderate, perché a salvare Palermo ci penserà qualcuno di loro. Sicuro. Ah, dimenticate le figuracce delle urne, non serve ricordarle. In questo film dai sequel infiniti la gente è solo un corollario.