Renato Schifani arriva all’ultimo anno di legislatura con due problemi opposti: una maggioranza che perde pezzi per strada e una cassa che torna a riempirsi. E quando i soldi ricompaiono mentre la campagna elettorale si avvicina, in Sicilia è già il tempo della spartenza. Ossia quella pratica tristemente nota in cui l’utilizzo del denaro pubblico non sempre risponde ai requisiti della necessità e dell’economicità.

Il primo assaggio è arrivato con i sessanta milioni destinati alla ristrutturazione dello stadio “Renzo Barbera” di Palermo. Una decisione pesante, voluta da Palazzo d’Orléans e poi accompagnata dall’assessorato al Turismo dentro una rimodulazione che ha cambiato il destino dei fondi per l’impiantistica sportiva regionale. La Sicilia dei campetti, dei palazzetti e degli impianti comunali malmessi si è ritrovata con una dotazione ridotta; Palermo, invece, con un contributo da grande progetto in vista degli Europei del 2032.

Elvira Amata, assessora di Fratelli d’Italia, imputata per corruzione, ha provato a dare ordine amministrativo alla richiesta arrivata dalla presidenza della Regione, richiamando la necessità di conciliare la grande progettualità con il sostegno al territorio. Ma la sintesi, al netto delle formule, è rimasta ruvida: meno risorse per i Comuni, sessanta milioni per il Barbera. L’episodio, non a caso, ha fatto esplodere il fuoco interno. Manlio Messina, ex assessore regionale ed ex Fratelli d’Italia, ci si è buttato sopra con la consueta delicatezza da ariete, accusando Schifani di favorire Palermo e chiedendo perché non si sia proceduto con una gara pubblica per l’assegnazione di una cifra così imponente.

La polemica contiene livori personali, regolamenti di conti, ambizioni future: il Balilla ha sempre spiegato di essere pronto a candidarsi se la coalizione di centrodestra riproponesse Schifani. Ma sarebbe comodo liquidarla così. Perché la domanda politica resta: se ci sono risorse pubbliche da usare per lo sport siciliano, perché un pezzo così rilevante viene concentrato su una sola città?

La grande spartenza, però, non si ferma al pallone. Sciacca offre un’altra immagine, più nobile e più insidiosa. Dopo undici anni di chiusura, la Regione prova a rimettere in moto il dossier delle Terme, individuando la proposta del raggruppamento guidato da Terme di Saturnia e avviandola alla valutazione prevista dal Codice dei contratti. È un passaggio amministrativo importante, questo sì. Ma proprio perché il progetto ha una sua consistenza, la storia che si porta dietro pesa ancora di più.

Le Terme di Sciacca non sono un immobile chiuso da riaprire con una mano di vernice. Sono un riassunto perfetto del rapporto malato fra la Sicilia e il denaro pubblico. Un patrimonio naturale trasformato per decenni in labirinto di burocrazia, promesse, assunzioni, investimenti sbagliati, ambizioni sproporzionate e rovine lasciate a marcire. Lentini, sull’edizione palermitana di Repubblica, ricorda la stagione in cui le Terme furono greppia pubblica e promessa industriale mancata: la Regione che pagò miliardi per rilevare quote private, gli alberghi costati cifre enormi, perfino le due orche comprate per un parco acquatico mai realizzato e poi parcheggiate in Islanda a spese dei contribuenti.

A Sciacca, oggi, sono destinati decine di milioni di fondi pubblici, con un’operazione che nel suo complesso viene stimata attorno ai novanta milioni: una parte a carico della Regione, una parte affidata agli investitori privati, dentro una cornice che chiama in causa concessioni lunghissime e un’idea di rilancio turistico-sanitario. Schifani ha tutto l’interesse a presentarla come il simbolo di una Regione che rimette in vita patrimoni dimenticati. Il problema è capire se l’operazione sarà governata con rigore o se finirà anche questa nel grande album siciliano delle occasioni impastate con la propaganda.

Il vero banchetto, comunque, deve ancora arrivare. A luglio l’Ars metterà mano alla manovra correttiva, con una dote che il Giornale di Sicilia quantifica attorno ai 350 milioni. A dicembre arriverà l’ultima Finanziaria della legislatura, con numeri assai più pesanti. Sullo sfondo c’è la Corte dei conti, che con la parifica parziale del rendiconto 2022 ha sbloccato subito 264 milioni e ha rimesso in movimento il percorso dei vecchi bilanci.

Il governo rivendica il risultato come prova di solidità. Schifani parla di risorse per famiglie e imprese. L’assessore all’Economia Alessandro Dagnino intravede la possibilità di liberare un avanzo di amministrazione enorme, maturato negli anni e rimasto finora imbrigliato nei ritardi contabili. Questa, almeno, è la versione ufficiale… Ma nella traduzione politica dell’Ars quella stessa formula rischia di assumere un altro significato: più fondi disponibili, più richieste da soddisfare, più margini per trasformare l’ultima legge di bilancio della legislatura in un bancomat.

I deputati sanno che l’ultima Finanziaria prima delle elezioni non è una legge come le altre. È il luogo in cui si misurano i rapporti di forza, si tengono buoni i territori, si mandano segnali ai sindaci, si preparano i collegi per la grande “abbuffata”. Dopo mesi di tensioni, votazioni sofferte, sconfitte amministrative e guerre interne, la maggioranza arriva al tavolo con più fame che disciplina. Quando ci sono miliardi all’orizzonte, la fame non produce quasi mai sobrietà: la spartenza è appena cominciata.