C’è una tentazione che in Sicilia ritorna con una puntualità quasi commovente: quando una riforma non produce gli effetti sperati, invece di chiedersi perché non abbia funzionato, si decide che la colpa sia della riforma. E così la si smonta.

Succede anche adesso. Siccome il governo regionale arranca e il voto segreto all’Assemblea Regionale Siciliana è diventato il rifugio dei franchi tiratori, dei ricatti e delle vendette interne, qualcuno propone di abolire l’elezione diretta del Presidente della Regione.

È una cura curiosa.

Noi siamo esattamente dalla parte opposta. Perché il passato la Sicilia lo conosce bene: Presidenti scelti nei palazzi, governi costruiti nei corridoi, assessorati trattati come fiches di un casinò permanente, notabili che pesavano più degli elettori.

L’elezione diretta aveva un obiettivo semplice: spostare il potere dai salotti della politica ai cittadini. Non era perfetta. Ma era un enorme passo avanti.

Il problema è che molti continuano a ragionare come se quell’epoca non fosse mai finita. Non sopportano che il Presidente sia scelto dai siciliani e continuano a comportarsi come se dovesse comunque chiedere il permesso ai capicorrente.

Così si è ricostruito, pezzo dopo pezzo, quel sistema che la riforma voleva superare. Le aziende sanitarie, le società partecipate, gli enti regionali, sono stati dati in appalto ai notabili a cui viene chiesto di generare consenso clientelare. Non si tiene insieme una maggioranza attorno a un progetto, ma attorno alla distribuzione di incarichi, nomine e centri di potere. E quella distribuzione, in Sicilia, non ha prodotto soltanto instabilità politica. Ha prodotto anche alcune delle pagine peggiori della nostra storia recente: inchieste, arresti, assessori e deputati coinvolti in vicende giudiziarie, sistemi di potere opachi costruiti attorno alla gestione della cosa pubblica. Quando il consenso si alimenta con il controllo del potere, il confine tra politica e mala politica diventa sempre più fragile.

È questo il vero nodo. Non il voto diretto. Il sistema che lo svuota.

Per questo è singolare che oggi si voglia abolire proprio lo strumento nato per limitare il potere dei notabili, con la motivazione che i notabili sono ancora troppo forti. È un paradosso quasi perfetto: per sconfiggere il loro potere gli si restituisce il potere che gli era stato tolto.

Se davvero si vuole cambiare qualcosa, la strada è un’altra.

Bisogna ridurre drasticamente il voto segreto, riportandolo a ciò che dovrebbe essere: un’eccezione e non un’arma di ricatto. E bisogna introdurre anche in Sicilia il voto di fiducia: se una legge fondamentale del programma viene bocciata, il governo cade e si torna davanti agli elettori. Perché governare significa assumersi la responsabilità delle proprie scelte, non sopravvivere a colpi di imboscate parlamentari.

Ed è qui che l’alibi di Renato Schifani si dissolve. Oggi il voto segreto diventa il colpevole universale. Ma il sistema dei ricatti non nasce da solo. Si alimenta quando un Presidente preferisce convivere con i notabili invece di sfidarli. Quando distribuisce centri di potere invece di costruire consenso politico. Quando accetta il compromesso permanente pur di arrivare a domani. E quando quella rete di potere finisce troppo spesso nelle carte delle procure, non è colpa dell’elezione diretta. È colpa di chi ha trasformato le istituzioni in uno strumento di gestione del consenso anziché di governo.

La verità è molto meno complicata delle analisi che si leggono in questi giorni.

L’elezione diretta non ha fallito. Hanno fallito, troppo spesso, Presidenti che non hanno avuto la forza di esercitare fino in fondo il mandato ricevuto dai cittadini. Hanno preferito essere il punto di equilibrio delle correnti invece che il punto di riferimento dei siciliani.

Ed è questo il cuore della questione. Il legame perverso tra Presidente e notabili non si spezza togliendo ai cittadini il diritto di scegliere. Si spezza eleggendo Presidenti che abbiano il coraggio di dire no ai ricatti, anche quando il prezzo è alto.

Perché la democrazia non si difende riducendo il potere dei cittadini. Si difende riducendo quello di chi pensa di poter governare al loro posto.

Abolire l’elezione diretta sarebbe una resa. Sarebbe dire ai siciliani che il loro voto è stato un errore e che, da domani, è meglio tornare a decidere tutto nelle stanze chiuse. Sarebbe la vittoria definitiva dei notabili. Gli stessi notabili che, troppo spesso, hanno trasformato il potere in un sistema di fedeltà personali e, non di rado, hanno consegnato la politica siciliana alle cronache giudiziarie. Sarebbe il ritorno al passato. E quando torna il passato, a perdere sono sempre i cittadini.