Forza Italia continua a mettere in circolo candidati alla presidenza della Regione, ma più ne aggiunge e più lavora per Schifani. È una manovra laterale, costruita per dimostrare – a Tajani & Co. – che nel partito non esiste un’alternativa capace di raccogliere un consenso vero. Non Giorgio Mulè, sul quale si concentrano troppe resistenze. Né Marco Falcone, la cui candidatura riaffiora periodicamente senza mai decollare. E neppure Nino Minardo, che non ha alcuna intenzione di correre e lo ha già detto pubblicamente. Il gioco consiste nel moltiplicare i nomi per arrivare sempre alla stessa conclusione: se Forza Italia non riesce a trovare l’unanimità su un successore, non resta che riproporre l’uscente.

Le truppe cammellate, perfettamente riconoscibili, si sono messe in movimento per questo. L’ultimo nome utilizzato in questa partita è quello di Nino Minardo. Commissario regionale di Forza Italia, presidente della Commissione Difesa della Camera, uomo stimato da Antonio Tajani e della famiglia Berlusconi e considerato uno dei dirigenti più affidabili del partito. Repubblica racconta di una serie di messaggi arrivati sul telefono del vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, nei quali si faceva riferimento persino al trasferimento della residenza di Minardo da Roma a Modica, con tanto di data, il 3 giugno. Un dettaglio tutt’altro che irrilevante, perché chi si candida alla presidenza della Regione deve essere residente in Sicilia.

Da lì è partita la suggestione: Minardo pronto a correre per Palazzo d’Orléans oppure destinato a un incarico nel prossimo governo nazionale. Ma il diretto interessato ha spento tutto sul nascere. Con una nota ufficiale ha escluso qualsiasi candidatura, ribadendo di essere pienamente impegnato nel lavoro parlamentare e nella guida del partito in Sicilia. «Colgo comunque l’occasione per svelare due segreti: il primo è che sono nato e cresciuto a Modica, sono e resto modicano e, dopo un periodo di residenza a Roma per ragioni esclusivamente personali, da due mesi sono tornato residente nella mia città. Il secondo è che non ho mai avanzato la mia candidatura alla Presidenza della Regione. Minardo sarebbe solo impegnato a «rafforzare il partito, unire il centrodestra e continuare a vincere».

Una smentita netta, che però non ha fermato il tam tam. Questa sortita serve infatti a dimostrare che dentro Forza Italia esiste un pezzo consistente di classe dirigente che non intende convergere automaticamente su Mulè, il quale ha già dato la propria disponibilità a correre se il partito glielo chiedesse. I nomi raccontati da Repubblica sono piuttosto eloquenti: Totò Cardinale, Luisa Lantieri, Margherita La Rocca Ruvolo, Marco Intravaia. Persino Raffaele Lombardo guarderebbe con favore a una soluzione del genere. E non potrebbe non essere della partita – aggiungiamo noi – Edy Tamajo, acerrimo rivale di Mulé dai tempi della campagna elettorale per le Europee del 2024. Non è tanto un comitato elettorale per Minardo quanto la fotografia di un’area che manda un messaggio preciso ai vertici nazionali: il candidato non può essere scelto ignorando gli equilibri interni.

Minardo è il candidato ideale perché non è candidato. La sua sola disponibilità teorica basta a certificare che Forza Italia non ha trovato un nome condiviso. E se il partito non riesce a trovare un successore condiviso, inevitabilmente torna a rafforzarsi la posizione del presidente uscente.

Nel frattempo, il commissario regionale continua a fare il commissario. Più che costruire una propria candidatura, sta provando a ricomporre un partito che negli ultimi mesi ha consumato troppe energie in guerre interne. L’esempio più evidente arriva da Catania. Nei giorni scorsi Minardo ha riunito attorno allo stesso tavolo Marco Falcone e il fronte che da tempo ne contesta la leadership provinciale, formato dai deputati regionali Giuseppe Castiglione, Salvo Tomarchio e Nicola D’Agostino. “Basta con le correnti”, è il messaggio (il tempo sarà galantuomo).

Anche la candidatura di Falcone, rilanciata a giorni alterni, serve più ad alimentare il rumore di fondo e a dimostrare che i pretendenti non mancano. Ma ogni nome aggiunto finisce per indebolire tutti gli altri e rafforzare quello che, teoricamente, dovrebbe essere in discussione.

Il destinatario di tutta questa operazione, del resto, non è Palermo. È Roma. Saranno Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini a decidere se Forza Italia conserverà Palazzo d’Orléans o se Fratelli d’Italia presenterà il conto dopo aver accennato – con il commissario Sbardella – una certa disponibilità. E Forza Italia vuole arrivare a quell’appuntamento con un messaggio molto semplice: va bene tutto – persino Schifani – purché il candidato resti un berluscones…

Per questo continuano a spuntare nomi destinati a durare lo spazio di un titolo di giornale. Per questo vengono alimentati retroscena, cambi di residenza, smentite e candidature che si dissolvono nel giro di ventiquattr’ore. Le truppe cammellate del bis avanzano così: sollevando polvere, facendo rumore, dando l’impressione che il partito sia alla ricerca di un nuovo leader. Ma quando la nube si dirada, sullo sfondo resta sempre la stessa figura.