È come una valanga che trascina e abbatte tutto ciò che incontra. Come un boato che frantuma un muro di vetro.
Appena pochi mesi fa la vittoria di Michele Sodano ad Agrigento era inimmaginabile. La sua dimensione oggi appare perfino paradossale. Non si è trattato di uno spostamento, pure consistente, di voti, ma di una vera e propria rivolta civile che ha coinvolto più del 72% dei votanti.
È stato un no gridato a squarciagola, in faccia a quei partiti, ai dirigenti di quei partiti che per anni hanno stretto la città dei templi nella morsa del loro potere arrogante e strafottente, con la convinzione di impunità e la certezza di proseguire nella rassegnata apatia della gente o nella complicità di una sua parte.
La vittoria di Sodano è stata favorita da una destra talmente stupida e bolsa da ritenere di poter vincere anche dividendosi. Anzi, dividendosi aspirava a prendere tutto in consiglio, maggioranza e opposizione.
Del resto, quello schieramento che da decenni sgoverna la città dei templi ha esercitato un potere totalizzante. Non c’è struttura pubblica o privata, ente o istituzione che sfugga al controllo capillare, asfissiante dei cacicchi locali che di tanto in tanto hanno finto di litigare per spartirsi tutto, per gestire come hanno voluto le risorse del comune, della Regione e dello Stato.
Hanno messo in atto un meccanismo clientelare minutamente controllato, con modalità che nei lontani tempi miei ce le sognavamo.
Hanno offerto occasioni di lavoro e prebende ad una borghesia delle professioni e del terziario che per contare non conosce vie diverse dal patronaggio politico.
Sodano ha sbaragliato un gruppo di potere del quale fa parte una assessora, un capogruppo, uno stagionato parlamentare regionale che con un “operoso” silenzio occupa il potere dagli anni Ottanta, un deputato nazionale vicinissimo a Giorgia che ha sbandato tra richiami nazisti e adesione alla Fiamma.
Poi, ciliegina sulla torta, c’è un inquilino di Sala d’Ercole a fronte del quale Cetto La Qualunque risulta un raffinato, colto esponente della migliore politica.
Neppure la fantasia di Albanese poteva dar vita ad un personaggio di questa natura. Silenzioso, opaco, lontano dai riflettori, privo di qualunque iniziativa politica, gestisce una quantità straordinaria di potere nel settore della sanità, del turismo e della cultura. Leggendo ciò che è emerso in questi ultimi giorni, il suo stile non appartiene neppure ai frequentatori dei peggiori angiporti.
Tutti questi straordinari esemplari hanno vissuto e prosperato in un mondo che pareva immobile, inerte, talora complice, incapace di dissentire e di indignarsi, sono stati travolti da un giovanotto venuto dall’ultima incarnazione del populismo, Controcorrente, che comunque rispetto ai competitori rappresenta un considerevole passo avanti.
Ancor prima che dal voto, avrebbero dovuto essere travolti da una questione morale, da accuse pesanti che hanno tentato, come spesso accade, di mutare in una sorta di solidarietà pelosa, mostrandosi come vittime di quei magistrati “comunisti” che hanno la pretesa di far rispettare la legalità.
Sono stati annientati da più del 70% dei consensi, una percentuale che un tempo si sarebbe chiamata bulgara, mai raggiunta, neppure nell’epoca più gloriosa della Democrazia cristiana.
Da Agrigento è stata spedita una letterina a Schifani e alla sua maggioranza, che se la leggessero con un minimo di attenzione farebbero subito i bagagli. Un’altra letterina è stata inviata al cosiddetto campo largo, al Partito democratico in particolare, che rischiano di smarrirla o di non capirne il senso, se continueranno ad essere rappresentati dall’attuale segretario regionale e dal gruppo che lo sostiene.
È abbastanza divertente leggere della soddisfazione di Barbagallo per la vittoria di Agrigento, alla quale ha dato un contributo un partito, o uno spezzone di partito che nel segretario non si riconosce.


