Cateno De Luca ha cominciato l’arruolamento per il suo “governo di liberazione” e, tra i primi pionieri, ha sistemato Mauro Pantò. Pantò, farmacista, è stato candidato alle Regionali con la Dc di Totò Cuffaro, primo dei non eletti, poi presidente della Sas, la più grande partecipata della Regione. Si è dimesso a marzo, dopo le inchieste sulle assunzioni legate a parenti e politica. Adesso riparte da De Luca, che presenta come un esercito nuovo una compagnia nella quale si ritrovano cuffariani, reduci del crocettismo e professionisti della ricollocazione.

Qual è la novità di questo Scateno 2.0? Non tanto i paragoni con Sturzo, ma prendere ciò che resta ai bordi dei partiti e dargli una divisa. È il governo di liberazione, bellezza… Può farlo perché davanti non trova partiti capaci di contestargli il terreno. Trova due commissari e un segretario delegittimato da una parte del suo stesso schieramento. Fratelli d’Italia, Forza Italia e Pd, le tre forze principali dell’Isola, non hanno oggi una leadership regionale riconosciuta.

Fratelli d’Italia è ancora affidato a Luca Sbardella, deputato mandato da Roma nel marzo 2025 per rimettere insieme un partito diviso in correnti. La sequenza va ricordata bene: prima le dimissioni di Manlio Messina da vicecapogruppo alla Camera e il commissariamento, poi, pochi mesi dopo, l’addio definitivo del Balilla, che di recente ha negato altri flirt. Dietro c’era una guerra che durava da tempo. A tutto questo si sono aggiunti i procedimenti giudiziari che riguardano Galvagno ed Elvira Amata, rendendo il compito del commissario più simile alla riduzione dei danni che alla costruzione di una guida politica.

Sbardella ha smussato gli angoli, evitato l’implosione e garantito il collegamento con Giorgia Meloni. Ma dopo sedici mesi FdI in Sicilia resta un partito governato da un inviato. È la prima forza nazionale, ha quattro assessori e vorrebbe rivendicare la candidatura alla presidenza della Regione, ma non ha ancora scelto chi parla davvero a nome suo nell’Isola. Galvagno è rimasto in piedi ma porta il peso del processo; l’area messiniana è stata dispersa, non cancellata; i musumeciani difendono i propri spazi. Sbardella sembra quasi un vigile urbano.

Forza Italia non se la passa molto meglio, perché il commissariamento è arrivato dopo anni in cui partito e governo regionale erano diventati quasi la stessa cosa. Marcello Caruso era il capo degli azzurri e l’uomo più vicino a Renato Schifani, fino a svolgere il ruolo di segretario particolare del presidente. Il partito era stato costruito attorno alla longa manus di Palazzo d’Orléans: adesioni, incarichi, candidature e rappresentanza istituzionale passavano da quel centro di comando. Quando si è aperta la battaglia per il congresso, sono emersi i due fronti: Schifani, Caruso e l’area di Totò Cardinale da una parte; Marco Falcone e i suoi dall’altra. Tajani ha evitato la conta e ha nominato commissario Nino Minardo, rinunciando al congresso proprio nell’unica regione in cui le tensioni erano diventate ingestibili.

Minardo doveva pacificare il partito. Pochi giorni dopo, però, Schifani ha scelto Caruso come assessore alla Salute. Molti forzisti hanno raccontato di avere appreso la nomina dalla stampa; altri hanno lamentato l’assenza di condivisione. Prima ancora, dopo l’elezione di Falcone a Bruxelles, il Bilancio era stato affidato dal presidente al tecnico Alessandro Dagnino. Due deleghe decisive, Economia e Sanità, sono così diventate il simbolo di una rappresentanza decisa dal governatore più che dal partito. Forza Italia ha molti deputati — un paio sono stati anche arrestati con l’accusa di corruzione — e un presidente della Regione, ma non ha un luogo nel quale discutere le scelte. Ha un commissario chiamato a mediare fra le correnti che Schifani ha prima alimentato e poi provato a governare.

A sinistra non c’è un’alternativa più ordinata. Anthony Barbagallo è formalmente il segretario del Pd, ma la sua autorità è contestata da mesi e a giugno Energia Popolare e Left Wing ne hanno chiesto apertamente le dimissioni, accusandolo di tenere il partito in ostaggio. Dopo le amministrative, Fabio Venezia gli ha chiesto di farsi da parte per la gestione dei casi di Enna e Randazzo; gli avversari interni gli hanno rinfacciato i risultati molto bassi ottenuti dal Pd in numerosi comuni alle ultime amministrative. Barbagallo ha risposto rivendicando le vittorie del campo largo, ma la sostanza non cambia: il principale partito d’opposizione continua a fare opposizione soprattutto a se stesso.

La confusione si vede proprio su De Luca. Barbagallo lo ha definito un interlocutore e ha aperto alla possibilità di allargare la coalizione; Avs e Controcorrente gli hanno ricordato che le alleanze non si decidono con uscite solitarie. Oggi, davanti ai pionieri cuffariani, il segretario aspetta che la questione arrivi al tavolo del campo largo. Ma Antonello Cracolici lo ha già avvertito: scegliere certe amicizie comporta conseguenze. E ha denunciato una politica ridotta allo scambio di favori. Linee diverse nello stesso partito. E Barbagallo non riesce a trasformarne nessuna in una posizione comune.

È dentro questo vuoto che Scateno cambia costume ogni mattina. Può dirsi sturziano mentre recluta i cuffariani, post ideologico mentre tratta con destra e sinistra, oppositore di Schifani mentre offre sponde a pezzi della maggioranza, possibile alleato del Pd mentre costruisce liste con chi nel centrosinistra dovrebbe rappresentare il passato da combattere: a Enna ha sostenuto con convinzione Mirello Crisafulli. Non gli serve essere coerente: gli basta essere presente.

Il punto, dunque, non è che De Luca sia già una forza inarrestabile. Probabilmente lo diventerà, chissà… È la debolezza di chi dovrebbe contenerlo. Fratelli d’Italia, Forza Italia e Partito Democratico non riescono a fissare un confine, imporre una linea, selezionare una classe dirigente morigerata. Stabilire chi fa parte o no di un’alleanza. Ecco perché De Luca spopola..