Leggendo questa storia mi è venuto un pensiero, forse ingeneroso, ma difficile da scacciare. Ho immaginato un ragazzo che guarda la televisione, che sogna di fare il mio lavoro e pensa che il giornalismo sia questo: non cercare una notizia, ma essere scomodo, vivere sotto scorta, entrare in studio con due carabinieri fuori dalla porta, diventare un simbolo prima ancora che un cronista. Insomma, diventare il nuovo Sigfrido Ranucci.

Adriano Cappellari ha vent’anni e fino a poche settimane fa era conosciuto soprattutto ad Asiago. Collaborava con L’Altopiano, un piccolo quindicinale di Enego, in provincia di Vicenza. Aveva scelto di raccontare soprattutto Caivano, la battaglia di don Maurizio Patriciello contro la camorra e i temi della legalità. Una cronaca di frontiera, almeno nelle intenzioni, che gli aveva regalato visibilità ben oltre il suo territorio. Diceva di essere minacciato dalla camorra e per un periodo era finito perfino sotto scorta. Accoglieva gli altri cronisti mostrando le lettere minatorie e i segni delle bruciature sulla porta di casa che qualcuno gli aveva incendiato per “mandarmi un segnale” . E c’erano pure le riprese tv che avevano immortalato l’attentatore.

Cappellari è stato smascherato e vi dirò tra un attimo come, ma rappresenta l’archetipo del peggiore giornalismo che abbiamo costruito negli ultimi anni. Quello che vive di apparenze, che se non trova la notizia se la fabbrica, se la cuce su misura, in un gioco di specchi che costringe gli altri, lettori o telespettatori, a confondere la condizione del cronista con la veridicità del suo racconto. Quella del giornalista in pericolo , che vive nel confine tra la vita e la morte, è una narrazione seducente. Anche perché funziona benissimo in televisione e sopratutto richiede molta meno fatica.

Diciamoci la verità: nessun ragazzo oggi sogna più di consumare le suole delle scarpe davanti a un tribunale o di passare settimane intere a leggere migliaia di pagine di atti giudiziari. Nessuno sogna le telefonate che non arrivano, le porte sbattute in faccia, le notti passate a parlare con una fonte o a verificare una notizia. Oggi il rischio è che qualcuno sogni il personaggio prima ancora del mestiere.

Per mesi Cappellari è stato il volto del giovane cronista coraggioso. Le lettere anonime. Le minacce rivolte anche a Giorgia Meloni e a don Maurizio Patriciello. L’attentato incendiario davanti alla sua abitazione. La scorta. Le telefonate dei ministri. La solidarietà bipartisan. Sembrava la sceneggiatura perfetta del giornalista che paga sulla propria pelle il prezzo della libertà d’informazione.

Poi la Procura di Vicenza ha rovesciato il tavolo. Non con un’intuizione, ma seguendo il metodo più antico del mondo: quello delle prove.

Secondo gli investigatori, le bombolette di gas da campeggio, le bottiglie di alcol e il materiale pirotecnico utilizzati per costruire l’ordigno sarebbero stati acquistati proprio da Cappellari nei giorni precedenti, attraverso una piattaforma di e-commerce. I pagamenti sarebbero stati effettuati con una carta di credito e un numero di telefono riconducibili a lui. Gli inquirenti hanno poi confrontato l’altezza dell’uomo incappucciato ripreso dalle telecamere con quella del giovane cronista, trovando una compatibilità. E c’è un dettaglio che sembra uscito da un romanzo giallo: le immagini mostrerebbero Cappellari rientrare a casa pochi minuti prima dell’esplosione e riprendere con il cellulare le fasi successive dell’incendio. Nel frattempo indicava ai carabinieri alcuni residenti della zona come possibili responsabili, piste che sarebbero poi risultate prive di riscontri. Insomma erano tutte balle fabbricate per finire sui giornali, per diventare una star del giornalismo impegnato. Per questo oggi è indagato per incendio, simulazione di reato e calunnia. Sarà un processo, non un editoriale, a stabilire se queste accuse siano fondate.

Ma, se quella ricostruzione dovesse essere confermata, la morale di questa storia non è soltanto la responsabilità penale di un ragazzo, anche goffo nell’ingenuità con cui ha costruito questa messinscena . Il punto a mio avviso più interessante di questa vicenda é il modello che quel ragazzo ha pensato di dover imitare.

Negli ultimi anni abbiamo costruito la figura del cronista intoccabile. Quello che, siccome è sotto scorta, sembra automaticamente sottratto a qualsiasi domanda. Guai a discutere un suo servizio. Guai a mettere in dubbio una sua ricostruzione. Guai perfino a osservare le sue frequentazioni. Diventi subito un nemico della libertà di stampa, quello che costruisce o alimenta campagne di odio o di fango.

È un modello che ha trovato in Sigfrido Ranucci il suo interprete più famoso. Un giornalista trasformato in simbolo, circondato da un’aura di intoccabilità che negli ultimi mesi, tra polemiche e interrogativi sulle frequentazioni e sul rapporto con alcune fonti, ha cominciato a mostrare qualche crepa. Non significa riscrivere la sua storia professionale. Significa ricordare una regola semplice: nessun giornalista dovrebbe essere esentato dalle domande che lui stesso pone agli altri. Non può esistere soprattutto una doppia morale.

Il giornalismo non è una religione. Produce fatti, non fabbrica santi.

A volte ho la sensazione che abbiamo confuso il coraggio con la popolarità, la scorta con l’autorevolezza, l’eco mediatica con la credibilità. E invece la credibilità nasce da tutt’altro. Nasce quando una notizia resiste alle verifiche. Quando un’inchiesta sopravvive ai processi. Quando il cronista accetta di essere giudicato con lo stesso rigore che pretende per politici, magistrati e imprenditori. Forse è questa la lezione più amara della vicenda di Enego.

Ho conosciuto colleghi che la scorta l’hanno rifiutata. Altri che l’hanno accettata sapendo di pagare un prezzo altissimo in termini di libertà personale. Nessuno di loro l’ha mai vissuta come una medaglia. Era un peso. Un limite. Una condanna quotidiana.

Ecco perché se davvero un ragazzo ha pensato che, per essere preso sul serio, fosse necessario costruirsi l’immagine del giornalista perseguitato, allora abbiamo trasmesso alle nuove generazioni l’idea più sbagliata possibile del nostro mestiere.

Il giornalista vive di una materia prima fragilissima: la credibilità. Se perde quella ha perso tutto. Se diventa più importante della notizia, il rischio è che la notizia, prima o poi, se la inventi lui.