Alberto Ronchey nella sua celebre idiosincrasia ce l’aveva con quei fuoristrada che, non si capisce perché, poi stanno sempre su strada. Nel mio piccolissimo non capisco gli sdraiati che stanno sempre eretti, sempre in marcia, anche a gentile richiesta di sindacati di base o gialli, e mescolano minimalismo rivendicativo, colleganza con mamme e insegnanti, sorrisi da gita scolastica, qualche falò, anche imitativo, qualche vetrina con scarpa alla moda, esplosivi ideologismi antigenocidari e pro Pal in mobilitazzzzioni ricorrenti con quattro o cinque zeta e molti selfie, ora addirittura con l’esibizione del Tricolore. Più di recente, dopo il famoso romanzo di Michele Serra e il film al seguito di Francesca Archibugi sugli adolescenti impigriti dal divano, cose sottili di famiglia e romance psicologico del decennio passato, è venuto di moda lamentarsi della tendenza dei ragazzi e delle ragazze al comportamento da hikikomori, un isolamento perfetto, un immobilismo perfetto, un ostracismo impeccabile e ostinato verso le regole astratte della comunicazione verbale e non verbale in uso nella società degli adulti.

Molto complicato bazzicare la sociobiologia o microfisica dei poteri della società cosiddetta liquida, interpretare lo stato d’animo delle generazioni in successione, divano, strada, isolamento, socializzazione e mobilitazione. Una spiegazione possibile viene sempre da quel famoso e profetico incidente professionale di Pierre Viansson-Ponté, che riprese la diagnosi di un secolo e più precedente di Alphonse de Lamartine: La France s’ennuie (La Francia s’annoia), e sul Monde del 15 marzo 1968 segnalò lo stato di tranquilla ebetudine dei giovani francesi, tutti presi a occuparsi dei loro piccoli consumi in un paese senza problemi, mentre nel mondo le marce per il Vietnam e contro l’imperialismo sommuovevano la coscienza generale. Eravamo alla vigilia delle insurrezioni di Maggio e delle notti delle barricate, roba da far venire una crisi nervosa al Generale de Gaulle.

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