Cè un dettaglio che torna sempre, quando il generale Roberto Vannacci parla di donne. Non è soltanto quello che dice. È il posto da cui lo dice. Vannacci parla delle donne come si parla di un reparto da rimettere in ordine, di una camerata in disordine, di una tradizione da lucidare, di un’anomalia statistica da riportare alla norma. Le donne, nel suo immaginario, non sono mai semplicemente cittadine. Sono madri, mancate madri, femministe, quote rosa, vittime da non nominare troppo, corpi sotto le mutande, funzioni sociali da ricollocare nel grande armadio della “normalità”.
Ecco il punto: Vannacci non odia necessariamente le donne. Sarebbe persino troppo semplice dirlo così. Il problema è più profondo e più politico. Vannacci sembra non sopportare l’idea che le donne possano sfuggire alla definizione che altri hanno preparato per loro. Non sopporta la donna come soggetto autonomo. La tollera benissimo come figura: madre, moglie, custode, simbolo, decorazione della patria, angelo del focolare aggiornato al comizio social. Ma appena quella figura diventa persona, appena sceglie, lavora, divorzia, abortisce, non fa figli, chiede rappresentanza, denuncia violenza, pretende salario, carriera, libertà, allora nel mondo del generale scatta l’allarme.
Nel suo famoso “mondo al contrario”, infatti, le femministe diventano “moderne fattucchiere”. È una parola rivelatrice. Fattucchiera non è solo insulto. È una categoria antica, comoda, maschile, inquisitoria. Serve a dire: quella donna non ragiona, incanta; non argomenta, strega; non rivendica, manipola. È il vecchio trucco: quando una donna parla di potere, la si accusa di magia nera. Quando parla di lavoro, la si accusa di odiare la famiglia. Quando parla di maternità libera, la si accusa di sabotare la natalità. Quando parla di violenza, la si accusa di inventare una categoria.
Ed eccoci all’ultima uscita: “non esiste il femminicidio”. Naturalmente Vannacci dice di essere contrario. Ci mancherebbe. Nessuno, nemmeno nel FarWest più polveroso, si presenta dicendo: sono favorevole. La formula è più sottile: il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri. Uomini e donne sono uguali. Le regole devono essere uguali per tutti. Sembra perfino ragionevole, detta così. Ma è una ragionevolezza da caserma lessicale, dove tutte le parole devono marciare dritte e nessuna può permettersi di raccontare la realtà.
Perché il femminicidio non dice che la vita di una donna vale più di quella di un uomo. Dice un’altra cosa: che alcune donne vengono uccise proprio perché donne, dentro relazioni di possesso, controllo, dipendenza, dominio. Dice che non tutti gli omicidi hanno la stessa grammatica. Un regolamento di conti non è una rapina finita male. Una strage mafiosa non è una lite condominiale. Un delitto terroristico non è un incidente domestico. E una donna uccisa dal compagno, dall’ex, dall’uomo che non accetta di perderla, non è solo “un morto in più” nella contabilità penale.
Le parole servono a vedere. Se togli la parola, togli il fenomeno. Se dici che il femminicidio non esiste, non stai difendendo l’uguaglianza: stai chiedendo alla realtà di non disturbare la tua teoria. È come entrare in pronto soccorso e dire che non esiste l’infarto, esiste solo il dolore al petto. Tecnicamente il dolore c’è. Ma se non nomini la causa, non curi niente.
I numeri, poi, hanno questa pessima abitudine: non obbediscono agli ordini. In Italia le donne uccise dal partner o dall’ex partner sono una quota tragicamente stabile e sproporzionata rispetto agli uomini. Questo non significa che la violenza contro gli uomini non esista. Esiste. Come esiste la violenza sugli anziani, sui bambini, sugli stranieri, sui disabili. Ma ogni violenza ha la sua radice, il suo contesto, il suo linguaggio. Fingere che siano tutte uguali è il modo più rapido per non capirne nessuna.
Vannacci usa spesso la parola “merito”. La usa come un manganello elegante. Dice: basta quote, basta protezioni, basta scorciatoie, una posizione si guadagna in base al merito, non in base a “quello che uno ha sotto le mutande”. Frase perfetta per il teatro della provocazione: volgare quanto basta per finire nei titoli, semplice quanto basta per sembrare buon senso. Ma il merito, nel Paese reale, non nasce in laboratorio. Nasce dentro scuole, famiglie, stipendi, congedi parentali, asili nido, carichi di cura, reti di potere, riunioni fissate alle sette di sera, colloqui in cui una donna di trent’anni viene guardata come una gravidanza potenziale.
Il merito è una bellissima parola quando il campo di partenza è uguale. Diventa una truffa quando qualcuno parte dai blocchi e qualcun altro dalla tribuna. Le quote non sono la soluzione ideale. Sono una stampella. Ma chi ride della stampella dovrebbe prima chiedersi chi ha azzoppato il cammino. In politica, nei consigli di amministrazione, nei vertici pubblici e privati, le donne non sono state assenti perché meno capaci. Sono state tenute fuori da un sistema che per decenni ha chiamato “naturale” ciò che era soltanto abitudine maschile.
Il generale domanda: perché non mettiamo le quote rosa per i fabbri o per i muratori? La domanda pare furba, ma è più fragile di quanto sembri. Perché una democrazia non è una ferramenta. Perché un Parlamento non è un cantiere. Perché la rappresentanza non serve solo a spostare mattoni, ma a decidere leggi che riguardano corpi, famiglie, salari, violenze, diritti, maternità, salute. E perché, se vogliamo dirla tutta, il problema non è che ci siano poche donne muratrici: è che quando le donne entrano nei mestieri maschili vengono spesso trattate come intruse, eccezioni, mascotte o provocazioni viventi.
Il punto vero è che Vannacci confonde l’uguaglianza con l’indifferenza. Uomini e donne sono uguali davanti alla legge, certo. Ma uguaglianza non significa fingere che la storia non esista. Non significa ignorare secoli di esclusione, lavoro gratuito, violenza normalizzata, dipendenza economica, corpi amministrati da altri. L’uguaglianza adulta non dice: siamo tutti identici, dunque arrangiatevi. Dice: abbiamo pari dignità, dunque rimuoviamo gli ostacoli che impediscono a quella dignità di diventare vita concreta.
È qui che il discorso del generale mostra la sua vera ossessione. Non è la donna in sé. È la libertà femminile. La donna che non chiede permesso. La madre che vuole essere anche lavoratrice. La lavoratrice che vuole essere anche madre senza pagare pegno. La donna che decide di non essere madre. La moglie che divorzia. La ragazza che non considera il matrimonio una promozione sociale. La femminista che non accetta di essere chiamata fattucchiera per avere pronunciato la parola patriarcato.
Vannacci ha costruito una fortuna politica su un sentimento potente: la nostalgia travestita da coraggio. Dice quello che molti pensano, ripetono i suoi sostenitori. Ma anche qui bisognerebbe capirsi. Dire quello che molti pensano non è necessariamente un merito. Per secoli molti hanno pensato cose sbagliate con assoluta convinzione. Il progresso non nasce quando qualcuno conferma il pregiudizio più comodo. Nasce quando qualcuno lo mette in crisi.
Il generale si presenta come uomo del buon senso contro le follie del presente. Ma il suo buon senso è spesso un museo. Dentro ci trovi la famiglia tradizionale come “squadra che vince”, la maternità come destino naturale, il lavoro femminile come sospetto di propaganda, il femminismo come stregoneria, il femminicidio come esagerazione semantica. È un mondo ordinato, certo. Ordinato come lo sono le stanze dove qualcuno ha nascosto tutto negli armadi.
E allora viene da chiedersi: perché questa insistenza sulle donne? Perché tornare sempre lì, al corpo, alla maternità, al ruolo, alla differenza, alle quote, alla violenza nominata male? Forse perché la libertà delle donne è il vero banco di prova di ogni idea di società. Puoi dire di essere liberale, patriota, democratico, meritocratico, moderno. Ma poi arriva una donna e chiede: posso decidere io? Posso guadagnare come te? Posso non essere madre? Posso essere madre senza sparire dal lavoro? Posso lasciare un uomo senza rischiare di morire? Posso entrare in Parlamento senza essere considerata una quota ambulante? Posso non somigliare all’immagine che ti sei fatto di me?
A quel punto cadono le maschere. E il mondo “normale” rivela la sua paura più antica: perdere il controllo.
Il FarWest, in fondo, è questo. Non un luogo senza regole, ma un luogo dove qualcuno pretende che la sua regola privata diventi legge pubblica. Dove la libertà vale moltissimo quando è la propria e diventa eccesso quando è quella degli altri. Dove si invoca il merito senza guardare i privilegi, si invoca l’uguaglianza per cancellare le differenze, si invoca la natura quando la cultura non basta più a tenere ferme le persone al loro posto.
Vannacci non è un incidente. È un sintomo. È la voce in uniforme di una reazione più larga, che attraversa l’Italia e non solo: la fatica maschile davanti a donne che non chiedono più di essere concesse, ma riconosciute. Il fastidio per un femminismo che non sta più nella caricatura. La rabbia per una parità che non si accontenta delle feste dell’8 marzo e dei mazzi di mimose aziendali. La paura che la parola “donna” non significhi più automaticamente cura, silenzio, pazienza, sacrificio, disponibilità.
Per questo bisognerebbe rispondergli senza cadere nella trappola della rissa. Non basta dire che Vannacci scandalizza. Lo scandalo ormai è il suo carburante. Bisogna dire che Vannacci semplifica. Che prende problemi reali e li schiaccia dentro una guerra culturale permanente. Che trasforma la complessità in slogan, la storia in nostalgia, la sofferenza in fastidio ideologico. Che davanti a una donna uccisa preferisce discutere il vocabolario invece di interrogarsi sul possesso. Che davanti a una donna esclusa preferisce invocare il merito invece di guardare la porta chiusa. Che davanti a una donna libera preferisce evocare la fattucchiera invece di riconoscere una cittadina.
Caro FarWest, il mondo non è al contrario perché le donne vogliono lavorare, scegliere, contare, vivere senza paura. Il mondo era al contrario quando non potevano farlo. Era al contrario quando il matrimonio era una gabbia, il lavoro un’eccezione, la violenza una faccenda domestica, la politica un club per soli uomini, la maternità un obbligo sociale prima ancora che una possibilità umana.
Se oggi quel mondo scricchiola, non è una catastrofe. È manutenzione democratica.
E forse il generale, più che difendere l’ordine, sta difendendo una nostalgia. Quella di un tempo in cui bastava dire “le donne” per sapere già dove metterle. In cucina, in casa, in famiglia, nella maternità, nella gratitudine, nella minoranza, nella quota da deridere o nella vittima da non nominare troppo.
Ma le donne, purtroppo per lui, hanno preso l’abitudine di uscire dalle definizioni. E questa sì, per certi uomini, è la vera emergenza nazionale.
Da anni Roberto Vannacci torna sugli stessi bersagli: femminismo, maternità, quote di genere, aborto, divorzio e perfino il termine femminicidio. Dietro le provocazioni si intravede una domanda più profonda: il problema sono davvero le donne o la loro libertà di scegliere chi essere?



