Tommaso Calderone non è il primo ad andarsene da Forza Italia. Ma il suo addio, alla vigilia delle Politiche e soprattutto in Sicilia, pesa più degli altri. Perché il deputato messinese non era uno di passaggio: era stato capogruppo all’Ars nel corso della scorsa legislatura, aveva un suo radicamento elettorale e negli ultimi mesi aveva condiviso con Marco Falcone e Giorgio Mulè buona parte della battaglia interna contro la gestione del partito e alcune scelte del governo Schifani. Adesso passa a Futuro nazionale e diventa il terzo deputato sottratto da Roberto Vannacci ad Antonio Tajani, dopo Attilio Pierro e Davide Bergamini. La pattuglia del generale alla Camera sale così a nove.

Il primo – fra i pochi – a commentare l’addio è stato proprio Marco Falcone: «Sono molto dispiaciuto per la scelta di Calderone e non nascondo una certa preoccupazione. Forza Italia rischia di perdere progressivamente aderenza con la gente comune, con le sue aspettative e le sue richieste. Il tema della direzione verso cui stiamo andando – prosegue l’eurodeputato – merita attenzione e una riflessione seria, soprattutto a Roma. Auspico che si concentri ogni sforzo sul rilancio del Partito, con un approccio meritocratico nella sua organizzazione interna e la capacità di attrarre nuove energie con una proposta liberale». Anche per Gianfranco Micciché, Calderone «è uno dei parlamentari più bravi e preparati che abbia conosciuto. Con il suo ingresso, Vannacci guadagna tanto. Forza Italia, invece, perde tanto».

È soprattutto il momento a rendere significativo lo strappo. Tajani aveva provato a chiudere la lunga guerra siciliana scegliendo una soluzione che evitasse la resa dei conti congressuale. Ad aprile, dopo le dimissioni di Marcello Caruso, affidò Forza Italia nell’Isola a Nino Minardo, accantonando l’ipotesi di un congresso che avrebbe inevitabilmente frapposto Schifani e l’area dei più critici.

Alla soluzione Minardo erano contrari soprattutto Falcone e Calderone. Mulè, che per lunghi tratti aveva duettato con loro nella contestazione alla linea siciliana, alla fine aveva accettato la mediazione di Tajani. Ma le ragioni dello scontro sono rimaste. L’europarlamentare catanese ha continuato a chiedere un cambio di passo nella gestione del partito, mentre Calderone ha spostato gran parte della propria offensiva sulla sanità. A giugno aveva chiesto, insieme ad altri parlamentari della maggioranza, l’invio degli ispettori ministeriali in Sicilia. A settembre era arrivato a scrivere direttamente a Schifani mettendo in discussione la permanenza di Daniela Faraoni alla guida dell’assessorato alla Salute.

Adesso Calderone se ne va. Il parlamentare messinese era in Forza Italia dal 2014 e ne aveva guidato il gruppo all’Assemblea regionale. Al debutto in conferenza stampa ha ringraziato gli esponenti di Futuro Nazionale “per avermi dimostrato in questi giorni cosa significhi essere comunità in un partito, sensazioni che avevo smarrito”. E in effetti Forza Italia è ancora alla ricerca di un equilibrio fra le istanze conservative di Tajani e la proposta di cambiamento proveniente da Arcore. Pier Silvio ha chiesto pubblicamente «facce nuove, idee nuove e un programma rinnovato»; Marina ha insistito sul rinnovamento della classe dirigente. Tajani ha sempre rivendicato il lavoro svolto dopo la morte del fondatore e ha accolto quelle indicazioni come contributi, ma il tema di come cambiare Forza Italia senza snaturarla è rimasto aperto.

In Sicilia il problema è ancora più complicato, perché alle divisioni interne si sono aggiunti i risultati elettorali e le vicende giudiziarie. A Messina Forza Italia è rimasta fuori dal Consiglio comunale e la sconfitta alle Amministrative ha prodotto poco dopo l’uscita di Alessandro De Leo, che ha denunciato pubblicamente la gestione delle liste (pure Bernadette Grasso non se la passa benissimo). Minardo, commentando il voto siciliano, aveva riconosciuto il problema senza molti giri di parole: aveva parlato del «malessere dei nostri elettori», di un partito presentatosi «diviso e litigioso» e della necessità di guardare con onestà ai propri errori.

C’è poi il capitolo giudiziario, che il commissario regionale aveva esplicitamente collegato alla questione della credibilità della politica. Michele Mancuso, deputato regionale azzurro, è agli arresti domiciliari nell’inchiesta della Procura di Caltanissetta su presunte mazzette legate a finanziamenti per eventi nel Nisseno; la Cassazione ha confermato la misura cautelare. Riccardo Gallo Afflitto si è autosospeso da Forza Italia e si è successivamente dimesso dall’Ars nell’ambito dell’inchiesta sul Cefpas: il Riesame ha disposto il ripristino dei domiciliari, provvedimento al momento non esecutivo in attesa della Cassazione. Sono procedimenti in corso, con responsabilità ancora da accertare, ma il loro riflesso politico è stato riconosciuto dallo stesso Minardo quando ha detto che «i siciliani sono stanchi degli scandali» e che la fiducia degli elettori non può essere considerata ereditaria.

Ma a parte gli scossoni, ci sono gli addii. In precedenza era toccato persino a Gianfranco Miccichè, l’uomo che per decenni aveva incarnato Forza Italia in Sicilia e che, dopo il lungo conflitto con Schifani, nel 2024 aveva trovato riparo nell’Mpa di Raffaele Lombardo, con cui ha fondato Grande Sicilia. È una storia che sembra appartenere al trapassato della politica, ma difficile da ignorare: il partito aveva già perduto il suo fondatore e leader storico prima di cominciare a perdere altri pezzi.

Tajani ha provato a mettere ordine affidandosi a Minardo. Ma sulla presidenza – questione più grande del commissario e del partito stesso – siamo allo stallo. Schifani rivendica il diritto a una ricandidatura, mentre dentro Forza Italia non è mai scomparsa la discussione su un’alternativa e i nomi di Falcone e Mulè continuano a rappresentare sensibilità diverse da quella del governatore.

Adesso Tajani deve affrontare contemporaneamente più questioni. Ma con le Politiche e le Regionali sempre più vicine, il tempo per rinviare il confronto interno comincia a restringersi.