In Forza Italia la parola d’ordine è “svecchiare”. È questa la sintesi della preoccupazione che attraversa il partito dopo il referendum bruciato, le tensioni interne e il crescente disagio dei Berlusconi verso una gestione ritenuta pesante, troppo chiusa, troppo poco politica. Se questo è il clima nazionale, la Sicilia non può pensare di restarne fuori. E invece Renato Schifani continua a ragionare come se nulla fosse: parla di continuità, rivendica il diritto a completare il programma in dieci anni, immagina il bis a Palazzo d’Orléans come uno sbocco naturale. Il punto è proprio questo: oggi quella candidatura non appare naturale, ma contromano.
Perché lo spirito del tempo, dentro Forza Italia, chiede l’opposto di ciò che Schifani rappresenta. Chiede freschezza, agilità, eleganza istituzionale. Chiede di alleggerire i gruppi dirigenti, di riaprire il partito, di smetterla con i cerchi magici e le filiere di fedeltà. Chiede di chiudere una stagione fatta di vecchi colonnelli, di rendite di posizione, di coordinamenti deboli ma blindati, di partiti ridotti a dependance del governo.
In Sicilia, invece, Forza Italia si presenta come il luogo in cui tutto questo è stato portato all’eccesso: la segreteria regionale non s’è mai riunita da quando Marcello Caruso è diventato coordinatore; il gruppo dell’Ars dà spesso l’impressione di essere composto da “murati vivi”, incapaci di pretendere rappresentanza al governo; in giunta non è rimasto che Tamajo, scalfito dalle intercettazioni in cui il boss di Favara, Carmelo Vetro, ammette, o millanta, di avergli finanziato la campagna elettorale. In generale, la “questione morale” è diventata un tema ingombrante, da quando il deputato nisseno Michele Mancuso è stato arrestato per un caso di corruzione.
Le parole usate in queste settimane dai dirigenti azzurri sono la misura del problema. Da Falcone a Mulè, passando per Calderone. In teoria il bersaglio sarebbe Marcello Caruso, coordinatore regionale percepito da molti come debole e ormai politicamente consumato. In pratica il bersaglio è molto più in alto. Perché il vero leader del partito siciliano è sempre stato Schifani. È lui che ha accentrato. È lui che ha ristretto il confronto. È lui che ha lasciato che Forza Italia si riducesse a cinghia di trasmissione del governo regionale. È lui che, fidandosi del proprio “cerchio magico”, ha progressivamente impoverito il partito invece di rafforzarlo.
Per questo l’eventuale commissariamento – di cui si parla con insistenza da giorni, con il lombardo Alessandro Cattaneo in rampa di lancio – non sarebbe un dettaglio tecnico né una semplice misura organizzativa. Sarebbe la prima spallata al sistema costruito a Palazzo d’Orléans. E sarebbe anche la smentita più netta della pretesa di Schifani di ripresentarsi alla presidenza della Regione. Se gli azzurri chiedono il conto, il conto lo stanno chiedendo a lui.
A Roma il segnale è già arrivato. Il lungo confronto di Cologno tra Tajani, Marina e Pier Silvio Berlusconi è stato raccontato con i toni di rito: amicizia, stima, unità. Ma l’episodio dice che Forza Italia è entrata in una fase di sorveglianza. Dice che il partito non può più essere lasciato alla sola autogestione del segretario. Dice che i dossier territoriali più delicati, a partire da quello siciliano, sono finiti sotto osservazione. In questo quadro non sembrano affatto infondate le voci sui cahiers de doléances compilati contro Schifani, né quelle sul fastidio crescente verso lo strapotere dei consulenti di Palazzo d’Orléans.
Su Schifani pesa poi il fallimento del referendum sulla giustizia, che per Forza Italia avrebbe dovuto essere una battaglia identitaria e si è invece trasformato in una prova di irrilevanza. In Sicilia il Sì si è fermato al 39,02 per cento, mentre il No ha superato il 60 per cento. Ancora più umiliante il dato dell’affluenza: 46,14 per cento, la più bassa d’Italia. È da qui che nasce una parte consistente della resa dei conti interna. Perché nel partito molti hanno letto quel risultato non come una sconfitta generale, ma come il frutto di una mobilitazione tiepida, se non addirittura sabotata da pezzi della classe dirigente siciliana. Il sospetto che si sia tirato il freno per non accrescere il prestigio di Mulè circola da giorni.
Dentro questo scontro si inserisce anche il caso Caterina Chinnici. L’affondo di Calderone contro l’eurodeputata, che avrebbe disertato la campagna referendaria, aveva un destinatario fin troppo riconoscibile. E il punto politico è evidente: Tajani le ha garantito una terza legislatura europea attraverso una complicata operazione interna, ma il partito non ha ricevuto in cambio né un contributo visibile alla battaglia referendaria né un ruolo attivo nel dibattito politico, e neppure un euro. Zero partecipazione, zero peso, zero ritorno. Anche questa è Forza Italia oggi: promozioni concesse dall’alto, rendite assicurate, restituzioni minime. Un partito che distribuisce molto e ottiene poco.
E poi c’è Mulè, tenuto in rampa di lancio, specialmente dopo aver perorato con convinzione, tra i pochi, la separazione delle carriere dei giudici, battaglia identitaria di Silvio Berlusconi. Significa che sul dopo-Schifani c’è già una riflessione aperta. E significa soprattutto che un pezzo del partito, in Sicilia e fuori, ritiene necessario un profilo meno chiuso, meno opaco, meno ostaggio del giro di corte che vive all’ombra di Palazzo d’Orléans.
Il punto è semplice. Se Forza Italia vuole davvero cambiare pelle, la Sicilia non può presentarsi con il suo usato più ingombrante. Schifani non interpreta il rinnovamento di cui i Berlusconi parlano, ma il suo contrario. Per questo il suo bis appare fuori tempo. In un partito che, almeno a parole, cerca leggerezza e discontinuità, Schifani resta il simbolo di tutto ciò che andrebbe superato. Con buona pace del suo programma…


